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laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 22:22 | |
| BOEMIO, S' INCRINA LA TESI DELLA RAPINA Repubblica — 15 gennaio 1993 pagina 5
BRUXELLES - L' hanno ucciso come un cane. Con freddezza e professionalità. Tre colpi ben assestati. L' ultimo, quello mortale, dritto al cuore. Roberto Boemio, 59 anni, sposato, un figlio, una vita trascorsa nell' Aeronautica militare italiana, generale in pensione e consulente della società Alenia del gruppo Iri, uomo chiave nel giallo di Ustica, ha avuto solo il tempo di lanciare un urlo strozzato. Ha afferrato per un braccio uno dei due assassini ed è crollato a terra, gli occhi sbarrati, un fiotto di sangue che gli usciva dalla bocca, il corpo scosso da un lungo fremito. "Omicidio per rapina", titolano i giornali belgi. "Un brutto furto conclusosi tragicamente", si ostina a ripetere con monotonia il giudice istruttore Luc Laffiner, titolare delle indagini sullo scottante caso da intrigo internazionale. Ma ora si scopre che al generale non è stato neppure rubato il portafoglio. Roberto Boemio come Gerard Bull. L' uomo di Ustica come l' inventore del supercannone, ucciso a Bruxelles nel 1990? Sapeva troppo il generale Boemio. Ai tempi della strage del DC-9 Itavia, era capo di stato maggiore della Terza regione aerea, quella incaricata di vigilare lungo il fronte sud-est dei nostri confini. Il giudice Priore lo aveva sentito, come testimone, nel ' 91. Lui aveva sostenuto di non essere stato informato su quello che era accaduto nei cieli di Ustica la notte del 27 giugno 1980. Il magistrato lo aveva lasciato andare, riservandosi di sentirlo di nuovo. Da un paio d' anni Boemio si era trasferito a Bruxelles. Faceva il consulente per l' Alenia, una sorta di manager per uno dei clienti più importanti della società del gruppo Iri: la Nato. Si occupava di radar. La polizia criminale di Bruxelles tende a relegare il caso ad un semplice omicidio per rapina, ma i particolari emersi dalle indagini finiscono per alimentare il giallo infinito della strage del DC-9 Itavia. Roberto Boemio è morto a mezzanotte e 36 di lunedì scorso. Solo. Davanti alla porta in ferro del suo garage, a poche centinaia di metri dal residence "Sanremo" dove viveva con sua moglie. E' morto colpito da tre coltellate inferte da due killer, sui venticinque anni, capelli ricci, occhi scuri, carnagione olivastra, aspetto tipicamente arabo o mediorientale. C' è un solo testimone, un uomo che la polizia tiene ben nascosto, che dichiara di aver visto dalla finestra del suo appartamento gli ultimi momenti della tragica aggressione. E' stato convocato alla centrale della brigata criminale. Ma dopo un lungo interrogatorio ha ritrattato le sue accuse, cambiando totalmente versione. Paura, paura di ritorsioni e di vendette. Secondo la legge belga, dovrebbe esporsi pubblicamente. Al numero 72 di Rue Camille Lemonnier, c' è il residence "Sanremo". Tra i nomi sul citofono non c' è quello della famiglia Boemio. Ci dicono che abitava al terzo piano, ma ogni tentativo di farci aprire è inutile. L' assassinio ha fatto scalpore nel quartiere ed ora sono in molti ad avere paura. Poche centinaia di metri più in la c' è il box dove il generale custodiva la sua Mercedes. A terra c' è ancora una vistosa macchia scura. Sangue. Ci sono tracce anche sulle serrande del garage. Impronte di mani. La versione ufficiale, già riportata dalla cronaca, viene confermata dagli inquirenti. Ma ufficiosamente, secondo le voci che filtrano dalla comunità italiana di Bruxelles, ci sono particolari che tendono ad escludere l' omicidio per una banale sebbene tragica rapina. Troppe contraddizioni, troppi tempi vuoti. La storia, così come vorrebbe essere liquidata, non convince. Il testimone ha ritrattato. Parlava di due killer, poi fuggiti a bordo di un' auto della quale ha descritto tipo e targa. La macchina, una Ford Fiesta bianca, non è stata ancora ritrovata. Nel pomeriggio di ieri la polizia criminale aveva arrestato tre giovani di Bruxelles. Li ha fermati per qualche ora, poi è stata costretta a rilasciarli. Avevano un alibi di ferro. Erano stati sorpresi, nella notte tra mercoledì e giovedì, a bordo di una Ford Fiesta bianca identica a quella segnalata dal testimone. Rilasciati anche gli altri due fermati, nella stessa notte di lunedì, accusati di aver rapinato un cittadino francese poche ore dopo l' omicidio del generale Boemio. Si era parlato del furto del portafoglio dell' alto ufficiale. Particolare smentito, anche questo. La polizia lo ha trovato infilato in una tasca interna della giacca dell' ex militare. Nessun furto, quindi, nessuna rapina disperata di due balordi di periferia. Boemio è morto in una fredda sera d' inverno, dopo aver mangiato una pizza in compagnia di un suo vecchio amico. Si erano lasciati fuori dal ristorante. Ognuno era rientrato a casa con la propria auto. Il generale era arrivato davanti al suo garage. E' sceso dalla macchina. Ma non ha fatto in tempo a prendere le chiavi del box. In due lo hanno aggredito prima alle spalle e poi lo hanno finito con una pugnalata al cuore. Due ore dopo il generale Boemio spirava nel reparto di rianimazione. Si portava dietro una grossa parte della verità su Ustica. Quella verità che il giudice Priore aveva intenzione di farsi raccontare proprio fra qualche settimana. - dal nostro inviato DANIELE MASTROGIACOMO |
|  | | laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 22:25 | |
| ' TASCIO VOLLE SAPERE TUTTO SUBITO DOPO LA TRAGEDIA' Repubblica — 26 gennaio 1992 pagina 18 sezione: CRONACA
ROMA - "Ha telefonato quello là dello Stato maggiore". La frase contenuta in una registrazione telefonica effettuata la sera della strage di Ustica tra il maresciallo Antonio Di Micco del centro radar di Licola e il capitano Patronigriffi del comando di Martina Franca è diventata di grande importanza per le indagini sull' abbattimento del Dc 9. "Quello là dello Stato maggiore" era il generale Zeno Tascio, all' epoca capo del Sios, il servizio segreto dell' Aeronautica. L' importanza di questa telefonata è fondamentale per smascherare tutte le falsità cui sono ricorsi gli alti vertici dell' Aeronautica allo scopo di nascondere la verità su quanto accadde il 27 giugno ' 80. Lo Stato maggiore dell' arma azzurra ha, sempre, sostenuto che la scomparsa del Dc 9 Itavia fu vissuta dai centri radar e di soccorso aereo, in stato di allarme, come avviene in caso di scomparsa di un aereo civile, ma sia lo Stato maggiore, sia altri uffici della difesa aerea non furono coinvolti in quella vicenda. C' é di più: il generale Tascio dichiarò, al magistrato e alla Commissione stragi, che si interessò indirettamente del Dc 9 dopo alcune settimane dal disastro. Ed ecco un' ennesima prova di quelle menzogne. Un' ora dopo l' abbattimento del Dc 9, avvenuto alle ore 20, 59 minuti e 45 secondi, c' é una conversazione telefonica tra il maresciallo Di Micco e un' altra persona che non era stata identificata. Il misterioso interlocutore chiedeva dati radar del Dc 9 e Di Micco li fornì. Alle ore 23,20 c' é un' altra telefonata tra Di Micco e il capitano Patronigriffi. D. "Ha telefonato quello là dello Stato maggiore" P. "Sì, che ha detto?" D. "Voleva delle notizie e io ho detto deve rivolgersi al Terzo settore" Nell' interrogatorio di venerdì scorso i due sottufficiali, Di Micco e Acampora, hanno svelato il mistero di queste due telefonate. Sembra che sia stato Acampora ad affermare che lo sconosciuto della prima telefonata e "quello là dello Stato maggiore", altri non era che il colonnello Tascio. Avrebbe anche detto che molte conversazioni con Tascio avvennero attraverso una linea segreta, denominata "linea Rita". Ma c' é un altro particolare molto significativo. Ad un certo punto il sottufficiale avrebbe dichiarato: "Il colonnello Tascio era stato nostro comandante al centro di Licola, fino ad un anno e mezzo prima della strage di Ustica. A lui, dobbiamo molto". La notte del disastro di Ustica, il centro radar di Licola era il punto più importante per stabilire le cause dell' abbattimento del Dc 9. Come è noto il registro DA 1 dove erano stati riportati tutti i plottaggi radar fu distrutto, secondo l' Aeronautica nel 1984, mentre la magistratura romana ritiene che fu fatto sparire tra il 27 giugno e l' 11 luglio ' 80. Se il colonnello Tascio si interessò subito dell' abbattimento del Dc 9 e chiese i dati radar a Licola, è la prova evidente che lo Stato maggiore dell' Aeronautica, in quella notte, diresse tutte le operazioni. In questo quadro c' é da ricordare un' altra pagina oscura. Circa un' ora dopo la scomparsa del Dc 9, furono avviate le ricerche in mare e fu inviato un Breguet Atlantic, un aereo antisommergibile. Ma l' aereo e gli altri mezzi di soccorso, elicotteri e unità della Marina, furono indirizzati in punti lontani anche 200 chilometri dal luogo dove si inabissò il Dc 9. I dati forniti ai soccorritori erano completamente sbagliati, tanto che il tenente del comando di Martina Franca, Smelzo, affermò in una telefonata che erano "dati rilevati a cazzo". Fu soltanto il centro radar di Licola a fornire i dati sbagliati oppure qualcuno dei vertici dell' Aeronautica orchestrò l' intera vicenda? Il ministro della Difesa, on. Virginio Rognoni, ha rilasciato, ieri una dichiarazione in relazione allo spostamento del generale Tascio presso lo Stato Maggiore. "Vedo con sorpresa che qualche foglio di stampa", ha detto il ministro "ha dato una distorta interpretazione del provvedimento che ho preso nei confronti del generale Tascio. Secondo questa interpretazione al generale sarebbe stato conferito un incarico di più alto livello, addirittura sarebbe stato promosso." Il ministro ha, poi, precisato: "Non è così. Con il mio provvedimento il gen. Tascio, capo dell' Ispettorato logistico dell' Aeronautica, operante nell' ambito dello Stato Maggiore, lascia questo comando e resta senza incarico alle dipendenze, e naturalmente non può essere che così, del capo di Stato maggiore della sua Forza armata". I familiari delle vittime della strage di Ustica si sono costituiti parte civile contro i tredici ufficiali. Ieri mattina, gli avvocati Franco e Marco Di Maria, Romeo Ferrucci, Alfredo Galasso, Goffredo Garraffa, Costantino Marini e Sandro Gamberini hanno presentato la documentazione alla cancelleria del tribunale ed hanno rilasciato una dichiarazione sulla decisione del governo di non costituirsi parte civile. "Si è persa un' ottima occasione per dare al Paese un segnale chiaro e inequivocabile di voler andare sino in fondo nella ricerca della verità". - di FRANCO SCOTTONI |
|  | | laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 22:28 | |
| 'HO VISTO ESPLODERE IL DC 9 ITAVIA' Repubblica — 27 settembre 1989 pagina 7
I retroscena di quello che accadde pochi minuti prima della sciagura IL JET DEL COLONNELLO PIEGO' SU MALTA ROMA Il maresciallo Gheddafi aveva ricevuto l' autorizzazione italiana di sorvolare la penisola con un aereo civile libico diretto a Varsavia. Il piano di volo era stato compilato a Ciampino dall' Aeronautica militare e consegnato ai centri radar, dislocati nei vari punti di controllo delle aerovie. Per il centro radar di Marsala fu incaricato il sottufficiale Salvatore Loi di seguire il volo libico. Il 27 giugno 1980 mentre il DC 9 Itavia, da Bologna a Palermo, volava sul Tirreno, ignaro della sua tragica sorte, il velivolo libico che era in procinto di entrare nello spazio aereo italiano, virò a destra e atterrò a Malta. Tra l' abbattimento del Dc 9 e il repentino cambiamento di rotta dell' aereo di Gheddafi c' é una relazione oppure é stato un evento casuale? Questo interrogativo é stato più volte affrontato dai mass media ma nessuna spiegazione ufficiale é stata fornita dal leader libico. Gheddafi ha più volte accusato gli americani di aver lanciato il missile che colpì il Dc 9. Non ha, però, mai detto che il missile era destinato contro il suo aereo. Eppure sarebbe stata una grossa occasione propagandistica contro gli Usa e a suo favore. Forse l' ipotesi più verosimile é quella fornita da alcuni OO7 che si interessarono della tragedia di Ustica. Il Mig 23 caduto sulla Sila, era pilotato da un ufficiale libico contrario a Gheddafi e d' accordo con la Cia. Avrebbe avuto l' incarico di abbattere l' aereo libico sul Mediterraneo. Il piano del Mig 23, partito da Bengasi, fu scoperto rapidamente, si trattò come di una fuga. Fu avvertito Gheddafi mentre era in volo. Il maresciallo ordinò di puntare su Malta e di far decollare due caccia, di stanza nella stessa isola, per intercettare il Mig traditore. Su Ustica avviene lo scontro. Gli intercettatori lanciano un missile che finisce però sul Dc 9, dietro il quale, abilmente, si é rifugiato l' aggressore. Quest' ultimo verrà poi raggiunto dai proiettili delle armi di bordo e precipiterà sulla Sila. Questa ipotesi, finora,non ha fatto registrare conferme ufficiali ma neppure smentite. Il presidente della commissione "stragi" "CERCARE PIU' IN ALTO LE RESPONSABILITA' " ROMA Non ho avuto ancora un colloquio con i giudici, ho letto finora solo i flash di agenzia. Già da ora comunque mi sembra di poter dire che siamo di fronte a un salto di qualità nell' inchiesta sulle responsabilità del disastro di Ustica. Libero Gualtieri, senatore, è il presidente della commissione Terrorismo e Stragi. Entro la settimana, annuncia a Repubblica, non solo ascolterà i magistrati, ma convocherà anche l' ufficio di presidenza per valutare le novità del caso. Che significa, senatore, salto di qualità? Che le dichiarazioni rilasciate dal maresciallo quantomeno spostano il livello di responsabilità più in alto di Marsala. Qual è la sua impressione di fondo? La mia impressione è che ci si trovi di fronte a tesi contradditorie. I giudici dovranno andare a fondo in questa direzione e ritengo che abbiano la possibilità per farlo. E questa svolta nelle indagini che problemi pone a lei e alla commissione Stragi? Il mio dovere a questo punto è di prendere conoscenza diretta dei fatti. Che cosa l' ha colpita di più nelle rivelazioni del sottufficiale? E' ancora presto per poterlo dire. Certo, ho letto della questione proposta dalla parte civile dell' aerovia che doveva essere impegnata anche da un altro aereo (quello indicato in sigla Vip 56 ndr.). E' un altro particolare che conferma l' importanza che io senta al più presto i magistrati. Le dichiarazioni del maresciallo Carico hanno convinto l' avvocato Alfredo Galasso che sta cominciando a crollare il castello di menzogne sulla strage di Ustica. Galasso rappresenta il Comitato dei familiari delle vittime, costituitosi parte civile. La deposizione conferma anche l' ipotesi dei periti sulla possibile manipolazione della registrazione radar. E poi si getta una luce inquietante sull' ormai famosa esercitazione simulata al centro radar, la Sinadex, che ora alcuni cominciano a mettere in dubbio. Comunque una cosa è certa: se già è stato lanciato l' allarme e quattro minuti dopo si fa partire l' esercitazione simulata, ciò significa che si intende sottrarre il nastro o le sue registrazioni alla loro attività naturale. Secondo Galasso questa sottrazione è durata almeno mezz' ora. Cioè per mezz' ora si è messo il radar automatico in condizioni di non funzionare. I dubbi poi sono confermati dal fatto che il sistema fonetico manuale, secondo le persone ascoltate, non ha registrato nulla. E' lecito, perciò, il dubbio che in questi minuti debba essere accaduto qualche cosa di tanto grave che, come sosteniamo da tempo, si continua a celare. - di FRANCO SCOTTONI |
|  | | laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 22:30 | |
| IL MILITARE SUICIDA SAPEVA ALTERATE LE TRACCE DEL MIG Repubblica — 12 febbraio 1996 pagina 16 sezione: CRONACA
LECCE - Le tracce-radar del "Mig" libico furono manipolate. E quel militare sicuramente sapeva. E temeva d' essere incriminato per favoreggiamento e falsa testimonianza. Questa la molla che avrebbe spinto il maresciallo Franco Parisi a impiccarsi il 21 dicembre ' 95 alla periferia di Lecce. Il sottufficiale dell' Aeronautica militare prestava servizio nella base radar di Otranto. Per questo motivo a fine settembre dello scorso anno il giudice Rosario Priore, che cerca la verità sul Dc dell' Itavia caduto la sera del 27 giugno dell' 80 con 81 persone a bordo, volò in Puglia per interrogare dieci militari della base salentina. Fra questi c' era anche Parisi. La sua versione non convinse il magistrato. E così Parisi fu convocato a Roma per il 10 gennaio. A Piazzale Clodio non arrivò mai: quasi sicuramente sapeva che sarebbe stato costretto ad ammettere che le tracce radar del "Mig 23" libico precipitato sulla Sila ufficialmente il 18 luglio dell' 80 erano state alterate. Il giudice Priore nei suoi blitz pugliesi ha confermato che il filone salentino dell' inchiesta era stato aperto proprio per capire se il "Mig" libico era davvero precipitato il 18 luglio oppure era coinvolto nella maledetta sera del Dc-9. E il ruolo di Parisi era e rimane fondamentale: il sottufficiale del gruppo radar di Otranto era "inizializzatore", cioè individuava per primo la traccia di un aereo e assegnava la qualifica di "amico" oppure "ostile". E la base salentina è quella che vede tutto ciò che accade nei cieli dello Jonio e sulla Calabria. Dopo l' estenuante interrogatorio di Otranto durato ben 12 ore ("Mio marito tornò a casa impaurito e sudato", dichiarò Carla Conte vedova del maresciallo Parisi) il sottufficiale avrebbe dovuto sostenerne un altro il 10 gennaio nell' ufficio romano del giudice Priore, accompagnato però da un legale, l' avvocata Francesca Conte e non già da solo, com' era avvenuto a fine settembre a Otranto. Sebbene la notizia non sia confermata ufficialmente, dall' esito di quell' interrogatorio avrebbe dovuto dipendere la sua incriminazione per favoreggiamento e falsa testimonianza. La stessa che molti anni prima aveva colpito un suo amico e compagno di lavoro, il maresciallo Luciano Carico, il sottufficiale leccese che nel 1980 prestava servizio nella base radar di Marsala. E proprio con Carico più volte interrogato dal giudice Priore il maresciallo Franco Parisi si sarebbe incontrato il giorno prima della morte. I due uomini di che cosa parlarono? Fonti salentine sostengono che dal giorno dell' interrogatorio Parisi non era più un uomo tranquillo. Quell' interrogatorio lo aveva angustiato e probabilmente quello successivo lo angustiava ancora di più. Infatti a tutti i militari il magistrato avrebbe posto una serie di interrogativi riguardanti proprio il loro presunto coinvolgimento nella realizzazione del falso. Una vera e propria simulazione della caduta del "Mig" sulla Sila fatta cioè allo scopo di sgomberare il campo da ogni sospetto circa l' abbattimento, dovuto ad un errore, del Dc-9 proveniente da Bologna e diretto a Palermo, oppure comunque un coinvolgimento del "Mig" forse in un vero e proprio duello areo con velivoli occidentali. E che i tracciati radar del "Mig" libico potessero essere stati alterati lo confermerebbero anche i tabulati Nato acquisiti solo da poco dal magistrato. - di DOMENICO CASTELLANETA |
|  | | laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 22:36 | |
| LAGORIO SI AGGRAPPA AL COMPLOTTO Repubblica — 16 ottobre 1991 pagina 19 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA - "Certo che se il Mig libico è davvero coinvolto nella tragedia di Ustica, c' è stato un complotto di autorità militari di altri paesi: un fatto enorme e sconvolgente". L' ex ministro della Difesa Lelio Lagorio è da un' ora davanti alla commissione stragi e non sembra più l' uomo sicuro che, due anni fa, davanti allo stesso organismo parlamentare, potè dire di aver rivoltato "come un guanto" le Forze armate. E' pieno di dubbi Lelio Lagorio: non dice di essere stato "ingannato" o "tradito". Ma ammette la possibilità di un "complotto" del quale sarebbe rimasto vittima egli stesso, assieme al governo. Troppi fatti, emersi in questi due anni, hanno chiarito che nel Sismi, nell' Aeronautica militare e nel suo servizio di sicurezza (Sios) ci fu chi agì per allontanare la verità. E allora chi, in quel 27 giugno del 1980, era il responsabile politico della difesa nazionale, ieri aveva due possibilità: o sostenere che tutto era sotto controllo, e rischiare di passare per connivente, o ammettere la possibilità di un grande inganno, e prendere le distanze. Lagorio ha scelto questa seconda strada. La stessa, d' altra parte, da tempo intrapresa dal presidente del Consiglio dell' epoca, Francesco Cossiga, e confermata ieri dal suo sottosegretario con delega ai servizi di sicurezza, Franco Mazzola. Lagorio era uscito malconcio dalla seduta del 6 luglio del 1989. Egli stesso l' ha dovuto riconoscere quando, all' inizio dell' audizione, ha ricordato che nella pre-relazione sul Ustica appare come un ministro "che sa e che non dice". Ieri ha voluto presentarsi come uno che dice tutto quel che sa. Ma che, forse, non ha saputo tutto. "Risulta - gli ha detto il presidente Gualtieri - che l' ambasciata americana, fin da mezz' ora dopo l' incidente, si attivò perché temevano che vi fosse coinvolto un caccia appartenente alla VI flotta". Lagorio non ha saputo dire se il primo rapporto sulla strage gli pervenne la notte o il mattino successivo. Ma ha ammesso d' essere stato colto, rispetto alle Forze armate italiane, da un dubbio analogo a quello degli statunitensi: "Dio mio, non è che siamo stati noi?". Quella notte del 27 giugno del 1980 era come se una gigantesca coda di paglia unisse le forze armate di due Continenti. Alla fine il ministro ricevette un tranquillizzante rapporto che escludeva un coinvolgimento della nostra Aeronautica. Le stesse notizie furono poi comunicate alla presidenza del Consiglio. Tanto bastò. Lagorio ha infatti riconfermato di non aver attivato il servizio segreto militare perché non lo riteneva affidabile ("Era un servizio ' seduto' , infarcito di nepotismo, non stimato all' estero...") e anche perché la sua responsabilità verso il Sismi era di tipo "organizzativo": quella "politica" era del presidente del Consiglio, cioé Cossiga. Ma l' ex ministro ha dovuto riconoscere che, oggi, sarebbe opportuno "mettere gli occhi" sulla convergenza dei giudizi sulla vicenda formulati dal Sismi e dal Sios Aeronautica. Più che giudizi, ordini. Certezze granitiche sul "cedimento strutturale" ribadite a dispetto degli sviluppi delle indagini. Si arriva così al dicembre del 1980. La strage di Bologna (2 agosto) ha distolto l' attenzione da Ustica, Arnaldo Forlani ha sostituito Cossiga alla guida del governo. Lagorio è rimasto al suo posto, così come il suo compagno di partito Rino Formica che (anche di questo si è nuovamente parlato ieri) gli aveva invano suggerito l' ipotesi del missile pochi giorni dopo la tragedia. Lagorio, in assenza di precisi riscontri, l' aveva attribuita a una "fantasia". Dovette appunto ricredersi a dicembre. Il 17 Formica, ministro dei Trasporti, tornò a parlare del missile come dell' ipotesi più attendibile, altrettanto fece il presidente dell' Itavia, Davanzati. Nell' indagine su Ustica il vento stava per cambiare: si rischiava una svolta. Ed ecco che l' Aeronautica invia allo stato maggiore della Difesa un appunto in cui ribadisce la tesi del cedimento strutturale. E il responsabile del Sios aeronautica, Zeno Tascio, consegna un analogo documento al sostituto procuratore che conduce l' inchiesta. Cosa seppe di tutto questo il ministro Lagorio? Ieri ha risposto che delle iniziative militari a sostegno della tesi del cedimento strutturale non seppe niente. Nemmeno quando, in seguito alle dichiarazioni di Formica sul missile e a una domanda che gli rivolse Forlani durante una riunione del comitato interministeriale per la sicurezza, decise di chiedere alle Forze armate un nuovo rapporto sull' intera vicenda. Nè gli fu detto che un ufficiale dell' Aeronautica, il colonnello Lippolis, coordinatore dei primi soccorsi, aveva subito escluso il cedimento strutturale e, esaminando i corpi e i reperti, aveva pensato a una esplosione in volo. Chissà, se gliel' avessero comunicato, forse anche Lagorio avrebbe cominciato a indagare sul missile. Tanto più che, ha chiarito, la tesi della "bomba", cioé dell' attentato terroristico, "non acquisì mai un livello importante". Ma in quel 1980 qualunque notizia, anche la più inquietante, non era sufficiente a indurre i politici a scavare sulla vicenda Ustica o su altri misteri. Ed ecco che quando il 18 luglio si scoprì il Mig libico sui monti della Calabria, i servizi segreti italiani e la Cia (con la collaborazione del Mossad) agirono autonomamente. In proposito ieri il capo di Stato maggiore dell' Aeronautica, generale Stelio Nardini, ha scritto a Gualtieri una lettera con la quale smentisce una notizia proveniente dagli Stati Uniti diffusa durante la trasmissione Telefono giallo: che la Cia avesse effettuato un sopralluogo nella Sila prima del 18 luglio. Nardini precisa che "il rappresentante statunitense Larry Wilson ha effettuato il sopralluogo il 22 luglio ' 80" e comunica che su questo fatto esiste una relazione. Gualtieri ha detto che ne chiederà l' acquisizione. Ma qualche notizia inquietante sul Mig circolava fin dall' 80. Lagorio ha detto che "alti ufficiali dell' Aeronautica" gli fecero sapere che "dall' esame della scatola nera si deducevano elementi che potevano far pensare a un coinvolgimento del velivolo in una sparatoria". La versione ufficiale era che il Mig fosse arrivato fino all' Italia per un malore del pilota e l' aereo, benché ritenuto "prezioso" sul piano militare, fu restituito a Gheddafi. "Prevalse la ragion politica", ha detto l' ex ministro. Prevalse anche per Ustica? - di GIOVANNI MARIA BELLU |
|  | | laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 22:50 | |
| TESTIMONE CHIAVE FU INTERROGATO DA PRIORE NEL 1991 Repubblica — 14 gennaio 1993 pagina 22 sezione: CRONACA
ROMA - Roberto Boemio, nato a Macerata nel 1934, si era trasformato in un tranquillo "lobbista", uno dei tanti che gravitano intorno alla Nato a Bruxelles. Lavorava per conto dell' Alesa, la società della Finmeccanica che fabbrica materiale bellico, ma era stato, negli anni ottanta, capo di Stato maggiore della terza regione aerea, con stanza a Martina Franca, Taranto. Ovvero uno dei centri radar intorno ai quali ruota il mistero di Ustica. E per questo suo ruolo fu interrogato nell' autunno del 1991 dal giudice Rosario Priore. Al titolare dell' inchiesta sul Dc9 Itavia abbattuto il 27 giugno 1980, avrebbe detto, secondo indiscrezioni, che lo Stato maggiore non fu mai informato su quanto avvenne quella notte sui cieli di Ustica. Un' ammissione importante, in quanto ha convinto il giudice Priore dell' esistenza di un tentativo di depistaggio da parte di alcuni centri radar sotto il comando della terza regione aerea. Boemio, nonostante abitasse in Belgio da alcuni anni, aveva ancora la sua residenza a Bari, in via Giulio Petroni 129. Nella capitale belga, invece, aveva un appartamento nel "Residence San Remo". Persona "cordiale e simpatica", l' ex generale viene descritto con toni idilliaci da tutti i suoi conoscenti. Uomo brillante, aveva vita, comportamenti e aspetto molto giovanili. E conduceva un' intensa attività di relazioni sociali. Amava molto i buoni ristoranti, ma non disdegnava le pizzerie che frequentava spesso con la moglie e con gli amici, come anche è avvenuto la sera del delitto. Era molto legato all' Italia, dove rientrava volentieri, anche per visite rapide, ogni volta che il suo lavoro glielo consentiva. |
|  | | laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 22:53 | |
| ' PREVITI PAGO' IL VIAGGIO MA IO NON LO SAPEVO' Repubblica — 04 giugno 1996 pagina 8
ROMA - Sembrano studenti il giorno dell' esame, nervi a fior di pelle, mani sudate, guai ad avvicinarli. Ma quei tre signori che ostentano una sicurezza forzata che nasconde a malapena l' imbarazzo non varcano le soglie di un liceo o di un ateneo, ma quella di palazzo dei Marescialli, sede del Consiglio superiore della magistratura. Sono tre magistrati che, dopo anni di carriera onorata, vedono messi in discussione il loro prestigio e la loro credibilità. Per Rosario Priore, giudice istruttore del caso Ustica, Carlo Guglielmo Izzo, consigliere della corte d' appello civile, e Roberto Napolitano, procuratore capo a Grosseto e già giudice istruttore a Roma, la prima commissione referente del Csm ha formulato un pesante capo d' incolpazione, finalizzato ad un eventuale trasferimento d' ufficio per incompatibilità ambientale. Ma i tre sono decisi a difendersi. Priore, in particolare, tiene a distinguere la sua posizione da quella di altri colleghi indagati a Perugia e a Milano. "Ho partecipato al viaggio in onore di Craxi", ha detto alla prima commissione referente del Csm, "ma non sapevo che fosse pagato da Previti. Ero certo che tutto fosse a spese dell' associazione italo-americana Niaf. Non ho mai frequentato Previti al di fuori di quell' occasione, né sono mai andato al casinò di Montecarlo insieme con l' avvocato Attilio Pacifico, come ha invece sostenuto la testimone Stefania Ariosto". Di più: al varo della barca di Previti, contrariamente a quanto affermato dalla Ariosto, Priore non c' era; quel giorno era impegnato nella sua attività, lo testimonia la relazione di servizio della Questura sui movimenti della sua scorta. E tutto questo il pm Gherardo Colombo avrebbe dovuto saperlo perché proprio in quel periodo lavoravano insieme, lui e Priore, alla commissione stragi. Tutte le dichiarazioni della Ariosto sul mio conto, ha concluso polemicamente Priore, avrebbero potuto essere verificate con una indagine "rapida e semplice". Nel capo d' incolpazione, si contesta a ciascuno dei tre di avere "partecipato nell' ottobre ' 88, insieme con altri magistrati romani, ad un viaggio negli Stati Uniti al fine di presenziare alla premiazione dell' allora presidente del Consiglio Bettino Craxi quale uomo dell' anno, partecipazione gravemente inopportuna sia perché le spese di viaggio e soggiorno furono integralmente sostenute dall' avvocato Cesare Previti, sia perché la presenza a quella cena di un cospicuo numero di magistrati italiani significativamente collocati in sala in tavoli di particolare riguardo assumeva l' obiettivo valore di una pubblica manifestazione di disponibilità e sostegno verso un uomo politico nei confronti del quale sono attualmente pendenti numerosi procedimenti penali per reati di notevole gravità, alcuni dei quali già conclusi in primo grado con sentenza di condanna". Un secondo capo d' incolpazione riguarda "la partecipazione con altri a riunioni conviviali organizzate con l' avvocato Previti", tali da rendere "diffusa la convinzione che la frequentazione con Previti trovasse giustificazione nell' esistenza di rapporti di carattere corruttivo". Priore, Napolitano e Izzo sono stati convocati per potersi discolpare come meglio ritengono opportuno. E tutti e tre - per circa un' ora e mezza Priore, trenta minuti gli altri due - hanno adottato una linea difensiva simile: abbiamo fatto effettivamente quel viaggio, ma non sapevamo che a pagarlo sarebbe stato Previti. Priore era l' unico dei tre non assistito da un difensore, che comunque in casi del genere è sempre un magistrato. Napolitano (che avrebbe documentato di essersi pagato il viaggio negli Usa), ad esempio, era assistito da Alessandro Criscuolo, giudice napoletano, ex membro del Csm. Le stesse incolpazioni sono state rivolte dalla prima commissione ad Antonino Vinci, pm a Roma, e a Filippo Verde, consigliere di Cassazione, già capo di gabinetto e direttore degli affari civili del ministero della Giustizia. Sul capo di entrambi pesano anche accuse di rilievo penale per le quali sono sotto processo a Perugia. Ma Verde, almeno dal punto di vista disciplinare, può dire d' essersela cavata. Dal primo giugno, infatti, è in pensione. Oggi, intanto, la prima commissione prenderà in esame la delicata posizione di Michele Coiro, procuratore capo a Roma, che ha chiesto di essere sentito prima che il Csm formuli una qualsivoglia accusa. "Come ci si può difendere senza che sia stato formulata ancora nessuna ' imputazione' e sapendo che potrebbe anche non essere formulata affatto?", osservano a Palazzo dei Marescialli. - di FRANCO COPPOLA |
|  | | laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 22:55 | |
| 'GENERALE TASCIO, DICA LA VERITA' ...' Repubblica — 20 ottobre 1989 pagina 11 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA Poco dopo le 20 di ieri, il generale Zeno Tascio, capo dei servizi segreti dell' Aeronautica al tempo della tragedia di Ustica, quasi balbettava, rispondeva a monosillabi. Sembrava un pugile all' angolo, sull' orlo del k.o. In appena due ore d' interrogatorio davanti alla Commissione stragi, il generale uno dei candidati al comando del Sismi ha rischiato l' incriminazione, ha detto moltissimi non ricordo, ha chiamato in causa altri ufficiali. Ma la sua audizione, pubblica e in sede formale (all' inizio Tascio è stato informato sulle pene previste per la reticenza e la falsa testimonianza) ha ugualmente dato un contributo all' indagine sui depistaggi nel caso Ustica. Non sono stati scoperti i responsabili, ma sono emerse verità alternative: qualcuno nei servizi segreti ha mentito, si conoscono i nomi, i cognomi, i volti, si tratta di scoprire chi. Il depistatore della tragedia del Dc-9 precipitato il 27 giugno dell' 80 non è più un fantasma. La svolta è avvenuta durante gli ultimi venti minuti. Nell' ora e quaranta precedente, il generale aveva più volte sostenuto d' essersi occupato della vicenda esclusivamente da tecnico, (Come uno che traduce un brano dal greco all' italiano ma non si preoccupa del significato) solo a partire dall' 8 agosto del 1980 quando il Sismi gli chiese di decodificare i tracciati dei radar di Licola e di Marsala. E' vero, era inusuale che il Sismi gli chiedesse di fare una cosa simile (non era mai avvenuto prima) ma di certo i servizi segreti dovevano avere i loro buoni motivi. Insomma: l' 8 agosto dell' 80 il generale Tascio non si stupì. Anzi: per fare le cose nel modo più corretto, inviò tutto il materiale che il Sismi gli aveva mandato agli esperti del Roc di Martinafranca. Questi fecero il lavoro richiesto e il generale - così ha sostenuto nella prima parte del suo interrogatorio - si limitò a spedire al Sismi la decodificazione. Anche da questa ricostruzione era emersa qualche stranezza. Ma si trattava di stranezze normali, almeno per una storia inquinata come quella di Ustica. Per esempio il fatto che il Sismi disponesse di materiali che erano sotto sequestro per ordine del giudice e li utilizzasse liberamente. La situazione è precipitata quando il presidente Libero Gualtieri ha tirato fuori dagli enormi fascicoli sulla tragedia del Dc-9 due documenti. Uno è del Sismi, porta la data del 29 luglio del 1980 e dice che il capo del Sios ha consentito di ricercare copia della registrazione presso il terzo Roc di Martinafranca. L' altro è dello stesso giorno: da esso risulta che il controspionaggio di Bari ha segnalato di aver ricevuto da Martinafranca, in copia unica, i tracciati che si riferiscono a Marsala, Otranto e Siracusa. Nello stesso documento si afferma che i nastri risultano essere stati chiesti per motivi non noti dal Sios a Roma e lì inviati per corriere aereo. Insomma, è stato fatto notare al generale, lei dice di aver ricevuto i tracciati radar l' 8 agosto, invece il Sismi dice di averli chiesti a lei una settimana prima. E come se non bastasse, in un altro appunto del Sismi, datato 6 agosto 1980, si legge che un primo sommario esame effettuato dal Sios ha permesso di ricostruire in via approssimativa la rotta del Dc-9, nonchè quella dell' aviogetto nella rotta più prossima. Secondo il commissario verde Marco Boato questo documento risulta essere stato inviato per conoscenza all' allora ministro della Difesa Lelio Lagorio e al responsabile del Cesis Walter Pelosi. Se il materiale è autentico (tutto ormai sembra possibile in questa storia) emergono dunque almeno due circostanze, tutte molto importanti per il caso-Ustica: 1) il Sios, al contrario di quanto ha detto il generale Tascio, indagò sulla tragedia prima della richiesta del Sismi; 2) la presenza di un altro jet sulla traccia del Dc-9 costituiva un problema fin dai giorni successivi all' incidente e le autorità politiche ne erano informate. Inoltre, dall' appunto dei servizi segreti di Bari, emerge un' altra circostanza quantomeno strana: il documento non fa parte dell' indagine sul Dc-9 caduto ma di quella sul Mig libico trovato venti giorni dopo la tragedia nella Sila. Ciò significa che i servizi fin da allora mettevano in relazione due vicende che, ufficialmente, hanno sempre presentato come distinte. La comparsa dei nuovi documenti ha avuto, sul generale Tascio, un effetto durissimo. Prima ha confermato d' essersi occupato della vicenda solo a partire dall' 8 agosto, poi ha detto di aver necessità di consultare le sue carte, quindi ha chiesto d' essere sentito di nuovo, ma assieme al colonnello Bompressi del Sios. Il presidente Gualtieri gli ha ricordato che poteva prendere tempo riservandosi di dare una risposta scritta: Le sono grato, ha mormorato l' alto ufficiale. E alla fine dell' audizione, quando un commissario gli ha chiesto se avesse mai sentito parlare di Marco Affatigato (il terrorista nero che, secondo uno dei primi depistaggi pubblicati con grande rilievo da tutta la stampa, doveva essere morto nel Dc-9) il generale ha detto di non ricordare nemmeno quello. Ha chiamato in causa, rispetto all' esclusione fatta dall' Aeronautica dell' ipotesi-missile, il capo del Roc di Martinafranca generale Mangani. Ha anche confermato che, nell' 80, ex piloti militari italiani facevano gli istruttori in Libia per conto di industrie private che erano in rapporti commerciali col paese di Gheddafi. Ma ha insistito, ogni volta che ha potuto, sul fatto d' essere stato nell' indagine su Ustica uno spettatore, un passacarte con le stellette. La commissione ha deciso che lo sentirà ancora venerdì della prossima settimana. - di GIOVANNI MARIA BELLU |
|  | | laura56
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| Oggetto: dal corriere Dom Apr 27 2008, 15:10 | |
| Lo sostiene un ex traduttore del Sismi Il pilota del Mig libico si autoaccuso' per Ustica Nell' aereo, sulla Sila c' era un messaggio che poi e' sparito
----------------------------------------------------------------- Lo sostiene un ex traduttore del Sismi Il pilota del Mig libico si autoaccuso' per Ustica Nell'aereo, sulla Sila c'era un messaggio che poi e' sparito ROMA - La busta era strappata, il foglietto bruciacchiato. Ma un frammento della frase scritta in arabo si poteva ancora leggere. Nitidamente. Diceva cosi': "Io sottoscritto pilota... colpevole dell'abbattimento e della morte di tanti...". Enrico Milani, siriano di nascita, cittadino italiano e interprete del controspionaggio militare, ha raccontato al giudice istruttore Rosario Priore di aver letto per la prima volta quelle parole il 19 luglio 1980 nel quartier generale del Sios Aeronautica. Cioe', il giorno successivo all'annuncio ufficiale che un Mig libico era precipitato sulla Sila. Secondo lui, nessun dubbio: "Si trattava di una dichiarazione di responsabilita". Ovvero: "Il pilota aveva inteso espiare una grande colpa con un gesto coerente ai dettami del Corano". La colpa di aver provocato la morte di 81 innocenti nel cielo di Ustica. E cosi', nel giorno del diciassettesimo anniversario della strage, con la proroga di sei mesi appena concessa al giudice perche' porti a termine l'inchiesta, ecco che nella memoria di uno dei tanti protagonisti di questo mistero affiora anche la presunta confessione del responsabile. Milani ha dichiarato a verbale che la mattina del 19 luglio 1980 vide quel foglietto sopra la scrivania del generale Zeno Tascio, allora comandante del Servizio d'informazione dell'Aeronautica, oggi incriminato con l'aggravante dell'alto tradimento. "Trovai il comandante, il quale mi mostro' materiale concernente carteggi e pezzi del velivolo che lui mi disse era precipitato sulla Sila. I pezzi erano parti interne del velivolo nonche' una parte esterna, recante la matricola. Ogni pezzo mostratomi recava segni di bruciatura. Mi chiese di analizzarli unitamente a due persone che io non conoscevo". Tutto vero, ha confermato Tascio durante uno dei numerosi interrogatori. Vide Milani. Ma sul contenuto del foglietto, nessuna certezza: "No, non me lo ricordo. No, ho letto qualcosa sui giornali, ma escludo che questo mi abbia detto qualcosa del genere". E qui tutto si complica. Per due motivi. Primo: mai i giornali hanno parlato di una missione del pilota libico, intenzionato a suicidarsi per espiare la colpa della strage. Secondo: in due successivi interrogatori, Milani ha modificato la sua versione dei fatti. Versione A: "La frase tradotta presso Tascio, la riportai solo al generale Terzani (oggi deceduto) perche' era stato lui che mi aveva convocato e comandato di recarmi al Sios". Versione B: "In realta' attinsi materialmente il foglio con la dichiarazione di responsabilita' del pilota libico dal tavolo del Sios, all'insaputa di Tascio. Percio' portai a Terzani non la notizia ma proprio quel foglio e glielo consegnai". Dunque, ammesso che quel foglietto sia davvero esistito, dovremmo immaginare un pilota libico che la sera del 27 giugno 1980 abbatte il DC9 nel corso di una battaglia aerea, rientra alla base e dopo tre settimane torna sul suo caccia per fare rotta sull'Italia e suicidarsi nel nome di Allah e dei suoi principi di giustizia? Oppure un pilota che sa gia' di dover fare una strage di civili e si porta dietro una confessione scritta, col proposito di eseguire la missione, poi uccidersi? "Verbali sconcertanti. Ma confermano gli scenari che emergono in questi giorni", ha dichiarato Athos De Luca, senatore dei Verdi e membro della Commissione stragi. "Ora si tratta di verificarne i contenuti col giudice Priore, mentre alla luce della proroga concessa all'inchiesta resta da risolvere la questione del segreto Nato". Da Bologna, dove oggi si ricorderanno le 81 vittime della strage, viene la durissima risposta di Daria Bonfietti alle dichiarazioni del capo di stato maggiore dell'Arma azzurra, generale Arpino, che mercoledi' aveva espresso fastidio per le rivelazioni dei giornali. Dice la senatrice del Pds e presidente dell'associazione dei familiari: "All'Aeronautica militare e' richiesto un grande sforzo di verita'. E non crediamo che a questo scopo siano adatti gli attuali vertici. Vale la pena ricordare che la sera del 27 giugno 1980 il generale Arpino era responsabile del Centro coinvolto nell'inchiesta. E che fu uno dei tre ufficiali che fornirono ad Amato quelle notizie da cui poi l'allora sottosegretario giunse alla conclusione di essere stato depistato. Quanto al suo attuale vice, generale Ferracuti, fu a capo della commissione d'inchiesta sul Mig che diede la versione sull'incidente poi smentita".
Purgatori Andrea
Pagina 13 (27 giugno 1997) - Corriere della Sera |
|  | | laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Dom Apr 27 2008, 15:29 | |
| Cogliandro insiste: duello libico Ustica, si e' suicidato un altro sottufficiale
------------------------- PUBBLICATO ------------------------------ Cogliandro insiste: duello libico TITOLO: Ustica, si e' suicidato un altro sottufficiale - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - ROMA . Un altro sottufficiale dell' Aeronautica suicida, un altro nome che potrebbe aggiungersi all' elenco delle morti piu' o meno sospette (una ventina) che ruotano intorno alla strage di Ustica. Si tratta di Angelo Carfagna, 45 anni. Nel 1980 era in servizio al radar della ba se di Pratica di Mare. Si e' ucciso martedi' notte ad Albano Laziale, lanciandosi da una finestra. Nelle prossime ore il giudice istruttore Rosario Priore esaminera' il rapporto che gli hanno inviato i carabinieri e decidera' se acquisirlo agli atti di un' inchiesta tornata a procedere sul piano giudiziario e parlamentare. Mercoledi' , davanti alla Commissione stragi, il generale Demetrio Cogliandro e' stato ascoltato in seduta segreta sulle informative relative alla strage che la magistratura aveva sequestrato nella sua abitazione. In quelle schede, l' ex capo del controspionaggio del Sismi aveva indicato in un duello aereo libico francese e in un missile la causa dell' esplosione del DC9. E in una decisione del governo italiano la responsabilita' della copertura. Uno scenario clamoroso, dal quale il generale avrebbe potuto prendere le distanze. Invece, no. Cogliandro si e' detto ben convinto che ad abbattere l' aereo civile sia stato un missile e che la responsabilita' del cover up sia stata politica, ad altissimo livello. Motivo? I rapporti "perversi" con Gheddafi. Nel 1980, avrebbe confermato Cogliandro, l' Italia praticava con la Libia una politica del doppio binario: solidale con la fermezza occidentale a parole e compromessa con affari di ogni genere nei fatti.
Pagina 15 (2 febbraio 1996) - Corriere della Sera |
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