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laura56
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| Oggetto: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 18:48 | |
| USTICA, TORNA LA PISTA ITALIANA Repubblica — 24 ottobre 1994 pagina 14 sezione: CRONACHE
ROMA - Si apre un altro filone di indagini per il giudice istruttore Rosario Priore, titolare dell' inchiesta sulla strage di Ustica. "E' stato un missile italiano, a testata inerte, a squarciare la carlinga del Dc 9 Itavia". Questa affermazione è stata fatta dal senatore Erminio Boso che ha inoltre fornito altri particolari. Questa la verità del parlamentare della Lega: il Dc 9 è stato abbattuto da due caccia italiani F 1O4 che hanno lanciato un missile "ibrido", cioè dotato di una piccola carica sull' ogiva e di una seconda carica di sfere di piombo. Il sen. Boso ha precisato che quelle misteriose scie sulla carlinga del Dc 9, ripescato in mare, come fossero graffi di un grosso animale, sono state procurate dalle sfere di piombo. L' aereo perforato dal missile "ibrido" sarebbe esploso in volo per lo sbalzo di pressione. La descrizione del senatore leghista é corredata da alcuni particolari interessanti che lui stesso ha tenuto a rendere pubblici. "Ho chiesto al ministro della Difesa, Previti, di farmi avere copia di tutte le sedute del Cesis dal 1980 al 1994. Ma Previti me le ha negate" ha detto il sen. Boso, convinto che la verità sulla strage di Ustica è contenuta tra i documenti del comitato che vigila sull' attività dei servizi segreti italiani. Le sue informazioni, comunque, provengono, come lui stesso ha dichiarato, da un maresciallo dell' Aeronautica di cui non ha voluto fornire le generalità. Il giudice istruttore Rosario Priore, dopo aver appreso dalla stampa le dichiarazioni del sen. Boso ha deciso di convocare per i prossimi giorni il parlamentare nel suo ufficio per sentirlo come testimone. L' ipotesi che sia stato un missile "ibrido" a colpire il Dc9 Itavia, lanciato da caccia F 104, non è nuova per il magistrato. Tra le carte processuali ci sono infatti due vicende sulle quali Priore ha svolto approfondite indagini. La prima vicenda riguarda il maresciallo dell' Aeronautica, Mario Alberto Dettori, in servizio presso il radar di Grosseto, la sera della strage. Secondo alcune ricostruzioni, il sottufficiale avrebbe confidato ad un capitano della base di Pisa che il Dc 9 sarebbe stato abbattuto dai nostri caccia. Sembra che Dettori nei giorni successivi abbia detto al capitano di Pisa: "Non posso fornire documentazioni di nulla, qui è un casino, mi fanno fuori. Ma lei ricontrolli i missili a guida radar a testata inerte e gli orari di atterraggio". Dettori fu poi trovato impiccato e sulla sua morte, indicata come suicidio, sono rimasti molti interrogativi. La seconda vicenda si riferisce ai due capitani dell' aviazione militare, Ivo Nutarelli e Mario Naldini, che perirono durante un' esibizione delle Frecce tricolori a Ramstein, in Germania. I due ufficiali, la sera della strage di Ustica si levarono in volo, dall' aeroporto di Grosseto, a bordo di due F 104. Le autorità militari hanno sostenuto che il volo dei due piloti faceva parte di un programma di esercitazioni e che i due piloti, atterrarono in aeroporto, circa un' ora prima che il Dc 9 Itavia precipitasse nel mar Tirreno. In conclusione, Nutarelli e Naldini, per le autorità militari non c' entravano affatto con la strage di Ustica. Il giudice Priore ha cercato inutilmente di acquisire i piani di volo dei due F 104 ma i documenti sono risultati introvabili. Il magistrato ha, inoltre, sentito più volte le vedove dei due ufficiali, alcuni familiari e amici, ma nulla di importante, ai fini dell' inchiesta, è emerso dalle indagini. E' rimasto però il dubbio su queste morti misteriose, collegate all' inchiesta su Ustica. Dettori viene trovato impiccato ad un albero e i suoi familiari non credono al suicidio, anche perché il sottufficiale non aveva dato alcun segno di volersi ammazzare. Nutarelli e Nardini, perirono in modo assai strano nel rogo di Ramstein, dopo che avevano ricevuto una convocazione dal giudice Bucarelli per testimoniare sul caso Ustica. - di FRANCO SCOTTONI
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|  | | laura56
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| Oggetto: da archivio storico di repubblica 2 Sab Apr 26 2008, 18:49 | |
| USTICA, SUICIDA UN SOTTUFFICIALE DELL' AERONAUTICA Repubblica — 02 febbraio 1996 pagina 16 sezione: CRONACA
ROMA - Un sottufficiale dell' Aeronautica che fino a due anni fa ha lavorato nel centro di Pratica di Mare, dove è custodito il relitto del Dc9 di Ustica, si è suicidato martedì lanciandosi dalla finestra della sua casa di Cecchina, un centro nei dintorni di Roma. Angelo Carfagna, 45 anni, elettricista, da due anni lavorava a Padova. La notizia ha immediatamente suscitato l' attenzione degli inquirenti. Nel "caso Ustica" c' è un lungo elenco di morti misteriose. Tuttavia, secondo i primi accertamenti, Carfagna non è mai comparso, ad alcun titolo, nell' indagine. Saranno comunque effettuate verifiche sul ruolo che ha avuto nel centro di Pratica di Mare. Del caso Ustica si è parlato l' altro ieri alla commissione Stragi. Il generale del Sismi in pensione Demetrio Cogliandro si è detto convinto che dietro la tragedia ci sia uno scenario di guerra che ha coinvolto la Libia. Cogliandro ha parlato della politica del "doppio binario" dell' Italia verso il paese di Gheddafi e ha raccontato che negli anni ' 80 il Sismi doveva scortare il leader Jallud nelle sue visite a Roma. Quanto alla formazione del suo famoso "archivio", Cogliandro ha ripetuto di aver agito agli ordini del vertice del Servizio. |
|  | | laura56
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| Oggetto: da archivio storico di repubblica 3 Sab Apr 26 2008, 19:01 | |
| Ustica. Ma il dibattito finisce in polemica La verità di Forza Italia scagiona l'Aeronautica il Tirreno — 12 luglio 1999 pagina -1 sezione: MASSA
MASSA. «Ustica, verità figlia del tempo» era il titolo della conferenza-dibattito organizzata da Forza Italia alle Stanze del Guglielmi, volendo con ciò intendere che finalmente una verità c'è e che sta nelle conclusioni cui è pervenuta, dopo quasi 20 anni, l'indagine del giudice Priore. Ma che questa sia la verità ci sono molti dubbi. Un dubbio grande come una casa, ad esempio, è emerso dall'intervento di uno spettatore. L'iniziativa, cui FI ha invitato il sen. Vincenzo Manca, vice presidente della commissione d'inchiesta sulle stragi ed ex ufficiale dell'aeronautica, ha visto la partecipazione di un pubblico foltissimno. A presentare Manca c'era il senatore Massimo Baldini che si è anche dilungato nella ricostruzione dei fatti, delle indagini che seguirono, fino al recupero dell'85% del relitto, iniziato nel 1988 e terminato nel 1991. Ha concluso ricordando le tre ipotesi avanzate: cedimento strutturale del velivolo, esplosione interna, battaglia aerea. Manca non ha dubbi: «La verità sta nelle conclusioni dei tre pubblici ministeri incaricati dal giudice Priore: «Esplosione interna. Nessuna prova dell'impatto con un missile». Inoltre, una difesa dell'aeronautica, pur ammettendo che alcuni ufficiali, «d'altronde riconosciuti colpevoli anche dal magistrato», hanno impedito la conclusione veloce delle indagini. Essi, però, lo fecero - ha proseguito - perché sospettando che nella vicenda vi fossero responsabilità alleate, cercarono di occultarle». Prima di questo, accuse a «certa stampa» di aver «creato tesi artificiose per interessi di parte» e svolto «una serie di azioni negative con notizie fantasiose che hanno costretto i magistrati a seguire vie sbagliate». Fra le quali, secondo Manca, quella del missile lanciato per colpire l'aereo del presidente libico Gheddafi, pur ammettendo che «i rapporti con la Libia erano molto tesi». «Un periodico - ha detto - ha perfino scritto che un comandante dell'aeronautica era presente alla battaglia aerea». Ma oggi, finalmente, possiamo affermare che ci fu un'esplosione interna». Insomma la tesi della bomba a bordo. Mario Ciancarella, anch'egli ex ufficiale dell'aeronautica, ha sottolineato che le indagini di Priore sorvolano sui 18 morti successivi agli avvenimenti, tutti personaggi che avrebbero potuto testimoniare la verità. «Il Mig con le insegne libiche in effetti c'era - ha detto - ed era stato fatto deviare proprio per trovarsi lì a quell'ora». «Quella di Ustica - ha concluso - fu una strage premeditata i cui responsabili italiani sono due noti politici dell'epoca». Ha fatto nomi e cognomi: inutile dire l'effetto delle dichiarazioni. tanto che la conferenza è stata chiusa immediatamente. - Paolo Magnanini |
|  | | laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 20:15 | |
| L' ORDINE DI MORTE PARTI' DALL' ESTERO Repubblica — 22 marzo 1987 pagina 3
ROMA Il ministro Scalfaro non ha dubbi: L' attentato mortale al generale Giorgieri è stato deciso fuori dall' Italia ed eseguito da killer professionali. Lo ha detto uscendo dalla riunione che lui stesso ha presieduto ieri pomeriggio al Viminale. Sono molti infatti gli elementi che rafforzano la tesi del titolare dell' Interno. Le modalità dell' agguato e prove concrete nei collegamenti tra i terroristi tedeschi della Raf, quelli di Action directe e le Br. Giorgieri come Dozier? Gli inquirenti non si sbilanciano, ma intanto a ventiquattr' ore dal feroce delitto di via del Fontanile Arenato, si fa strada un' altra, inquietante ipotesi. Le nuove leve delle Br, il gruppo delle Ucc, avevano in realtà deciso di rapire il direttore generale di Costarmaereo. Un' azione spettacolare che avrebbe rilanciato l' immagine dell' organizzazione anche a livello internazionale. Il piano, però, era sfumato per l' inaspettato arresto di tre militanti sorpresi dai carabinieri il 22 gennaio scorso in via Nomentana; allora i terroristi avrebbero deciso il delitto. La tesi si basa su elementi concreti. Uno, in particolare: il ritrovamento di un furgone Transit nella zona dell' Appia Antica cinque giorni dopo la movimentata cattura dei terroristi. L' auto, abilmente camuffata, era stata preperata per ospitare un sequestrato. Aveva documenti e targhe in regola. Insomma, era pulita. C' è però un' altra tesi. E cioè che nei giorni immeditamente precedenti l' attentato, le br volessero rapire un importante uomo politico. Messi in allarme, i servizi avrebbero sventato il piano sorprendendo tre brigatisti latitanti proprio sotto l' abitazione del personaggio. Il gruppetto si sarebbe dato alla fuga riuscendo a far perdere le proprie tracce. Anche la moto Enduro Gilera 125 usata dai due killer per compiere l' attentato era pulita. E' stata ritrovata a un chilometro e mezzo di distanza dal luogo del delitto. I terroristi l' hanno abbandonata in via Villa D' Este e sono fuggiti probabilmente a bordo di un' auto che li attendeva con un complice. La motocicletta è uno dei pochissimi elementi in mano agli inquirenti. Non è stata rubata, ma, al contrario, regolarmente acquistata. Nel giugno scorso. Uno sconosciuto ha risposto ad un annuncio su un giornale, ha incontrato il vecchio proprietario, ha trattato il prezzo, ha pagato in contanti. La pratica per avviare il passaggio di proprietà è stata fatta in un' agenzia automobilistica. Ma tra venditore e compratore c' è stata solo una scrittura privata, così come prescrive la legge, in attesa di perfezionare l' iter amministrativo. Lo sconosciuto ha presentato un documento d' identità (ovviamente falso) e se n' è andato con la moto. Avrebbe dovuto riportare i certificati necessari per avviare il passaggio di proprietà. Non si è fatto più vedere. Ieri, per tutto il giorno, la Digos ha interrogato sia il vecchio proprietario della moto sia il titolare dell' agenzia automobilistica per tentare di tracciare un identikit dell' anonimo acquirente. Attraverso i tratti somatici si spera di aggiungere nuovi tasselli al difficilissimo mosaico ancora tutto da riempire. Nell' attesa del volantino di rivendicazione, gli inquirenti lavorano soprattutto a tavolino. Si esamimano vecchi e nuovi documenti trovati nei covi, si scambiano informazioni con gli altri paesi europei, Francia e Germania soprattutto, si cerca insomma di disegnare la nuova mappa del terrorismo per capire dove e come colpirà in futuro. Il grave clima di tensione e di apprensione ha spinto i massimi vertici, politici e militari, a intrecciare una serie di riunioni per fare un primo punto della situazione. Dopo il vertice di venerdì notte al Viminale, ieri mattina il prefetto di Roma Ricci si è incontrato con il questore Jovine, con il comandante della Legione Roma dei carabinieri, colonnello Guarino e con il comandante della Guardia di Finanza. La riunione ha preperato il vertice del pomeriggio presieduto dallo stesso ministro dell' Interno, Scalfaro. Il summit è durato un' ora. Erano presenti i massimi responsabili della polizia, dei carabinieri, della Finanza e dei servizi segreti particolarmente attivi nelle indagini. Entrando al Viminale quasi tutti hanno confermato che ci sono gli elementi, si seguono precise piste. Un modo per far capire l' importanza attribuita alla moto usata nell' agguato e poi recuparata dalla polizia. Le indagini comunque procedono nel massimo riserbo. Parlando con i giornalisti, il ministro Scalfaro ha detto che lo Stato sta rispondendo all' attacco dei terroristi con grande efficienza, ha confermato la validità della legge sulla dissociazione, ma non ha nascosto le sue perplessità sulle scarcerazioni per decorrenza termini. Sull' inchiesta, il titolare dell' Interno si è limitato a confermare che l' attentato è analogo agli altri episodi evvenuti a Parigi e nella Germania Federale, che vi sono prove certe dei collegamenti tra i terroristi della Raf, di Action directe e delle Br. L' omicidio del generale Giorgieri, ha aggiunto Scalfaro, ha il marchio del terrorismo europeo. Subito dopo ha ricordato: Quando abbiamo avuto in mano i documenti diffusi dopo i precedenti attentati ci siamo resi conto che c' era un evidente profferta di alleanza. Ne abbiamo parlato con i nostri colleghi degli altri paesi e su questa diagnosi si è fondata l' azione, che portiamo avanti ormai da tempo, di tessere una rete di collaborazione con tutti gli stati disponibili in Europa, nel Mediterraneo e altrove. Il primo atto di questa azione comune si concretizerà nei prossimi giorni. Un gruppo di funzionari dei servizi e delle strutture antiterrorismo andranno a Parigi per incontrare i colleghi francesi. Perché è proprio la Francia il paese che desta maggiore interesse negli investigatori. Qui, infatti, furono trovati, nel gennaio del 1985, indizi di collegamento tra le Br e Action directe. Venne scoperto un covo dove, secondo i servizi di sicurezza, si erano incontrati esponenti delle due organizzazioni. La prova era un lungo documento, scritto in italiano e tradotto in francese nel quale era annunciata una nuova scissione nelle Br dopo il ricompattamento avvenuto nel periodo di ritirata strategica seguito al sequestro Dozier. Nello stesso covo, i servizi francesci avrebbero trovato anche un archivio della seconda posizione, il gruppo che ha rivendicato l' attentato al generale Giorgieri. Un archivio che gli inquirenti italiani considerano fondamentale e che tenteranno di farsi dare quando andranno a Parigi. Un tentativo, visto che un' analoga richiesta dei servizi tedeschi è stata respinta proprio poche settimane fa. A parte la firma e la certezza dei suoi legami con la Raf e con Action directe, non si conosce infatti presocché nulla dell' Unione comunisti combattenti. Le indagini fatte dai servizi dopo gli arresti dei tre terroristi in via Nomentana non hanno aperto alcun spiraglio sull' organizzazione. L' ipotesi che il terzetto stesse preparando un sequestro venne confortata dopo il ritrovamento del Transit. All' inizio si pensò che l' obiettivo fosse un magistrato. Si parlò del giudice Caselli perché abitava vicino a via Nomentana. Ma la circostanza fu poi scaratata. Adesso, quel Transit e l' agguato al generale Giorgieri vengono collegati. Doveva essere rapito. Invece, l' arresto dei tre militanti ha fatto saltare il piano. Ma non del tutto: ormai il direttore di Costarmaereo era nel mirino. Andava colpito. E così è stato. Le testimonianze raccolte dagli inquirenti, il racconto del giovane soldato, Simone Nuccelli e l' autopsia sul corpo dell' alto ufficiale hanno confermato la dinamica dell' agguato. I due killer, in tuta blu a strisce bianca, casco in testa, hanno seguito l' auto, hanno l' ampeggiato, l' hanno costretta a fermarsi. Quindi hanno esploso due colpi infrangendo il lunotto posteriore della 131, poi, da distanza ravvicinata, altri quattro, dal finestrino posteriore destro dell' auto. Calibro 38, pistola a tamburo. Dalle ferite sul corpo del generale, gli esperti balistici hanno accertatoche sono stati usati proiettili incamiciati. Pallottole devastanti. Lunedì, alle 11 e 30, nella basilica di San Lorenzo fuori le mura si svolgeranno i funerali. Poi, la salma del generale Licio Giorgieri verrà trasportata a Trieste e qui tumulata. - di DANIELE MASTROGIACOMO |
|  | | laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 20:17 | |
| GIORGIERI ERA PEDINATO RICOSTRUITO UN IDENTIKIT Repubblica — 25 marzo 1987 pagina 7 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA (d.m.) Vent' anni, alto uno e settanta, corporatura media, gambe e ginocchia magre, capelli biondi, corti ai lati con una frangia sulla fronte, carnagione chiara. E' il primo identikit diffuso dalla polizia a quattro giorni dall' attentato al generale Licio Giorgieri. Secondo gli inquirenti raffigurerebbe il giovane notato più di una volta in via del Fontanile Arenato in sella a una moto Enduro, simile a quella usata dai due killer la sera dell' agguato mortale. Parlando alla Camera, il ministro Scalfaro ha rivelato che il direttore generale di Costarmaereo era stato seguito, in moto, tra il dicembre 86 e il gennaio 87, da due persone sospette, una delle quali armata di pistola, che si sarebbero allontanati al sopraggiungere di una macchina. Di tale circostanza ha precisato il ministro , stemperata dall' ufficiale nel riferirlo ai familiari, nessuna indicazione era tuttavia pervenuta ai comandi superiori, ai servizi, alle forze di polizia. L' identikit è stato disegnato sulla base delle testimonianze raccolte. Almeno due persone nei giorni scorsi avevano raccontato di aver visto una persona aggirarsi nei pressi dell' abitazione del direttore generale di Costarmaereo. Un giovane, appunto sui venti-venticinque anni, che indossava un giubbino bianco e jeans azzurri. Stampato in migliaia di copie, il disegno è stato consegnato a tutte le volanti e le gazzelle dei carabinieri. Gli investigatori non nascondono un certo scetticismo ma sono convinti che ogni minimo particolare può essere utile alle indagini. L' inchiesta sull' assasinio del generale Giorgieri è stata affidata al sostituto procuratore Domenico Sica, uno dei magistrati più esperti di terrorismo. Il giudice nei prossimi giorni compirà un giro per le capitali europee per uno scambio di informazioni con gli inquirenti tedeschi, inglesi e francesi. Si batte la pista internazionale. Molti indizi portano a Parigi, ma l' ipotesi che l' ordine di morte sia partito all' estero e poi eseguito da due killer professionisti trova pochi consensi. Negli ambienti dei servizi, infatti, si pensa che la decisione di uccidere il generale in realtà sia maturata in Italia. Un' azione per rompere il lungo silenzio e per dare maggior peso alle Ucc nel panorama delle organizzazioni terroristiche europee. La trasferta degli inquirenti servirà soprattutto a chiarire tanti piccoli misteri che aleggiano attorno all' ultimo omicidio delle nuove Br. Primo fra tutti quello clomorosamente rivelato da Le Figaro non ancora smentito dalle autorità di Parigi: e cioè che il nome del direttore di Costarmaereo figurava in una lista di possibili bersagli trovata in un covo di Action directe. I servizi francesi, dopo molte resistenze, avrebbero acconsentito alle richieste dei colleghi italiani di poter visionare il materiale trovato nel covo terroristico, tra cui, sembra, un archivio delle Ucc. Si studia anche il volantino di rivendicazione e il documento programmatico lasciato dalle Br in quattro diverse città. Gli investigatori sperano di ricavarne spunti importanti per capire la nuova strategia dell' organizzazione armata. Il ministro Scalfaro, rispondendo alle interpellanze presentate alla Camera, ha chiarito anche la ridda di ipotesi sollevate a margine dell' agguato di venerdì sera. Gli apparati di sicurezza sono impegnati nei confronti dei segnali di riviviscenza dell' attività terroristica, ha detto il titolare degli Interni, come nel caso, per esempio, dell' onorevole Giuliano Amato. Una possibile attenzione da parte di elementi dell' eversione, presenti nella capitale, forma oggetto di indagine giudiziaria e sottolinea l' esigenza di sviluppare specifiche investigazioni mirate nel quadro di un' attenzione più approfondita. Con un rituale che li distingue ormai da anni, alcuni br imputati al processo Moro ter ieri hanno rivendicato l' uccisione del generale Licio Giorgieri. Dicendo di parlare anche a nome di altri compagni con lui presenti nella gabbia numero 16, Prospero Gallinari ha urlato: Rivendichiamo l' attentato contro Licio Giorgieri compiuto dai compagni dell' Unione dei comunisti combattenti.... Ma il presidente della Corte lo ha interrotto facendo sgombrare l' aula. - nostro servizio |
|  | | laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 20:18 | |
| IL CUORE DI PERTINI SI ERA FERMATO Repubblica — 24 marzo 1987 pagina 3
ROMA Adesso sta meglio, si agita e sonnecchia ad intervalli in una stanza ad un letto del Centro di rianimazione del Policlinico. Ma alle 11,50 di ieri mattina, nella basilica di San Lorenzo che grondava dolore per l' ultima vittima del terrorismo, il cuore di Sandro Pertini si era fermato. Aveva ceduto al dolore, forse all' emozione, forse al primo tepore dell' anno. Prima un capogiro, mentre in piedi sul primo banco ascoltava la preghiera dell' aviatore. Sembrava avere superato la crisi. Perchè non ti siedi?, gli aveva raccomandato Francesco Cossiga. La risposta era stata: No, sto bene, sto bene. Era giunto con un po' di ritardo alla cerimonia funebre per il povero generale Giorgieri, fendendo la folla, salutato da molti inchini e invitato dal capo dello Stato a prendere posto accanto a lui e ad un altro ex presidente della Rapubblica, Giovanni Leone. Craxi, alla sinistra di Leone, lo aveva accolto con un deferente cenno del capo. Lo stesso avevano fatto, alle sue spalle, Spadolini e Andreotti. Era pallido, accaldato. Non pareva vivace e in vena come il giorno prima quando, nella stessa chiesa, aveva pianto, stretto i denti e pronunciato parole furenti contro i terroristi. A superare quella breve vertigine aveva forse contribuito anche il perentorio squillo di tromba che ordinava il presentat' arm. I quattro ufficiali del picchetto d' onore mostravano le armi, gli ufficiali scattavano sull' attenti facendo risuonare tra le mura della basilica di San Lorenzo il secco e limpido impattare dei tacchi. E' stato in quell' istante che al novantenne ex presidente si son di nuovo piegate le ginocchia. Cossiga e Leone lo hanno afferrato per le braccia, il capo reclinato all' indietro è stato sorretto da Craxi. Aveva la bocca spalancata e gli occhi acquosi. Accorrevano in molti - Spadolini, il comunista Baracetti, Lattanzio, due ufficiali medici - mentre intorno la cerimonia funebre andava esaurendosi senza però curarsi del nuovo evento. Gli ufficiali sull' attenti sbirciavano quel trambusto, dalla tromba continuavano ad uscire note di dolore. Pertini aveva avuto un arresto cardiaco. Adagiato sulla panca della chiesa, stava morendo. Sarebbe sicuramente morto se il tenente-generale Elvio Melorio, direttore della Sanità militare, un napoletano di 65 anni dai capelli grigi e i riflessi scattanti, non gli avesse subito praticato un massaggio cardiaco. Melorio ricorda: Il cuore non batteva più, la circolazione del sangue era ferma, gli occhi sbarrati. Il presidente aveva naturalmente perduto conoscenza. Ho unito le mani e premuto con tutto il peso del mio corpo sul suo torace. Dopo pochi secondi ha ripreso conoscenza farfugliando poche parole: mi fai male, mi fai male... Due infermieri e una barella tagliavano di corsa la basilica che stava ora recitando il Padre nostro. Almeno dieci mani premurose vi sistemavano il corpo ossuto di Pertini. Un generale che con l' ex presidente aveva trascorso tre anni al Quirinale, gli aveva tolto e conservato gli occhiali dalle spesse lenti. Nell' ambulanza verde- oliva targata Aeronautica militare, cinque ufficiali medici e un funzionario del Senato, Arpinelli, accompagnavano il malato nel breve tragitto fino al Policlinico. Con la maschera ad ossigeno sul volto, Pertini sembrava reagire bene. Si muoveva, tirava su con le mani le coperte. Sono le 12,20 quando il vecchio capo dello Stato entra nella sala del Pronto soccorso. Pochi minuti dopo, Craxi e Spadolini siedono in una cameretta della direzione amministrativa dell' ospedale in attesa di notizie. Lo raggiungono Antonio Ruberti e dopo il rettore dell' Università, il presidente del Senato Amintore Fanfani. Pertini sembra a disagio. Lasciatemi in pace - dice ai medici - sto meglio, voglio tornare a casa. Poi cade in un nuovo torpore. Un giovanotto esce con in mano le scarpe, i calzini, il doppio petto blù, le bretelle bordeaux del senatore. Una barella trasporta Pertini giù nel seminterrato, reparto di neurochirurgia traumatologica, dove verrà sottoposto alla Tac. Mi state spupazzando un po' troppo, protesta l' indomabile senatore. Impazzisce il centralino del Policlinico: telefonano da tutta Italia per sapere come sta il presidente. Sta bene, dice la Tac. O meglio: il cervello non ha riportato alcuna lesione. Lo staff medico s embra avere ricevuto la consegna di minimizzare oltre le più rosee indicazioni. Si è trattato di un banale malessere, afferma Silvano Becelli, direttore della clinica chirurgica di pronto soccorso. Spadolini tira un sospiro: Ci ha fatto prendere un grande spavento. Che cosa si temeva? Un ictus, soprattutto, nel qual caso la vita di Pertini davvero sarebbe stata appesa ad un filo debolissimo. Pericolo scongiurato? Di fronte ad una domanda così netta, i medici ottimisti diventano prudenti. Il professor Alessandro Gasparetto, direttore dell' Istituto di rianimazione, sostiene che Pertini ha ripreso benissimo, il chè dimostra che è una persona sana, ma anche che versa in uno stato di coscienza un po' obnubilato. Gli esami offrono esiti confortanti, anche l' elettrocardiogramma e anche la pressione arteriosa si è riassestata su valori normali. Aggiunge Gasparetto: I riflessi sono buoni. Se sollecitato, risponde e riconosce. Ma per avere un quadro esatto della circolazione del cervello occorre ripetere la Tac entro le prossime 48 ore. Prognosi? Riservatissima. Terminati gli esami medici, Craxi e Spadolini chiedono di vedere Pertini. E' possibile? Certo che è possibile. Il presidente del Consiglio si accosta al lettino dell' anziano compagno di partito: Mi riconosci?. Ma certo che ti riconosco, non sono mica rimbecillito. In serata è stato il presidente della Repubblica Cossiga a recarsi aal policlinico per informarsi sulle condizioni di salute di Pertini. Bloccato dai medici invece Giovanni Paolo II che si è convinto a non raggiungere l' istituto di rianimazione soltanto dopo aver appreso che i sanitari sconsigliavano le visite. La sorte di Pertini sta a cuore all' Italia intera. - di FRANCO RECANATESI |
|  | | laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 20:21 | |
| Giorgieri: io non perdono ma quell' arresto è strano Repubblica — 28 agosto 2002 pagina 18 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA - «Non mi intendo di politica ma penso che la cattura di Paolo Persichetti capiti proprio a puntino per il governo italiano. L' hanno pompato come un risultato positivo, l' hanno descritta come una clamorosa vittoria...». E non lo è signora Giorgieri? «Diciamo che mi sembra un po' strana l' enfasi di queste ore. Trovo facile fermare una persona che cammina tranquilla per le strade di Parigi...». In Giorgia Giorgieri, vedova del generale, preside di scuola vicina alla pensione, colpisce l' asciuttezza degli atteggiamenti, la durezza degli occhi blu, la profondità di un dolore trattenuto. Un dolore che non si è placato dopo 15 anni e non finirà mai. Sì, hanno preso Persichetti ma questa signora di 70 anni, che ha seppellito anche la figlia Luisa, morta di cancro non ancora quarantenne, non ha voglia né di stringere mani, né di ringraziare. Vuole la verità, quella sì, fino in fondo. «Persichetti - dice - è un manovale e ha le colpe gravissime di un manovale. Mancano all' appello i mandanti dell' omicidio di mio marito». Signora Giorgieri, in queste ore tutti le chiedono la stessa cosa. Perdona? «No, non perdono e dico no alla grazia. Chi uccide deliberatamente non è un uomo completo. Un assassino deve sempre espiare la sua colpa. Nulla può sanare la morte. E non ci sono risarcimenti né morali né materiali che possano guarire la ferita di chi rimane. Qualcuno parla di reintegro sociale, di persone che hanno preso un' altra strada nella vita, che il tempo ha cambiato e migliorato. Io so che anche se sono passati tanti anni non esistono colpi di spugna. Perlomeno non esistono per me». Lei è cattolica? «Sì, cattolica non praticante» Vorrebbe incontrare Persichetti, guardarlo negli occhi, cercare di capire? «No, non mi interessa. Per lui non provo odio ma indifferenza. Mio marito era un uomo buono, intelligente. Avevamo un grande dialogo, una forte complicità. Passavamo ore a parlare, io insegnante di materie umanistiche, lui ingegnere, fisico, matematico, capace di spaziare su tutto. Licio si sentiva in pericolo, gli negarono la scorta dopo un attentato fallito. E' stato ucciso con cinque colpi di pistola. Non ho nulla in comune con loro, con gli assassini. Li ho già guardati negli occhi al processo, non mi sono persa un' udienza. Erano lì, nelle gabbie. C' era anche Francesco Maietta, quello che poi ha ottenuto la semilibertà. Sghignazzavano tra di loro, bivaccavano a gambe incrociate per terra. No, di questa gente non voglio sapere più nulla». Nel dibattito politico, tornano ricorrenti due parole: amnistia e indulto. Ossia la tentazione di voltare pagina e chiudere una fase storica. Ci ha riflettuto? «Non sono io, come parente di una vittima, a doverlo fare. E' il governo che deve decidere ma solo attraverso un dibattito parlamentare, consapevole, maturo, che coinvolga maggioranza e opposizione. Le nostre voci vanno ascoltate, la determinazione finale non spetta a noi». Cosa ha pensato dell' arresto a Parigi? Forse che era tardivo? «Ho pensato che capita proprio a puntino per il governo italiano. E' stata pompata come una gran vittoria. Anche per il governo francese questa cattura è un fatto politico. Ma Persichetti è un manovale. Io attendo di sapere chi sono i mandanti». E' vero che a Roma non c' è più la scuola media intitolata a suo marito? «Sì, è vero. C' erano poche iscrizioni ed è rimasta solo una succursale. La scuola Licio Giorgieri è sparita, ora c' è solo la scuola Fabrizio de Andrè. Non si poteva fare diversamente, lo dico da preside». A suo tempo lei si disse convinta che i veri burattinai dietro la morte di suo marito potessero essere ricercati in ambienti estranei al terrorismo rosso? «Non lo escludo. Il delitto di mio marito è uguale a tutti i delitti delle Br, ambigui, fatti con lo stampino. I mandanti non si conoscono. A mia figlia Luisa dicevo sempre: "Forse io non vivrò abbastanza per sapere, ma tu sì". E' morta otto anni fa a Houston, di cancro. La malattia si è fatta strada su un fisico provato dal dolore. Ho accompagnato io la bara dall' America a Trieste. E' sepolta accanto a Licio. E io continuo la mia battaglia, non mollerò mai. Il ricordo e la memoria di quel che è successo devono rimanere, anche dopo di me». - ALESSANDRA LONGO |
|  | | laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 20:22 | |
| CASO GIORGIERI CARNEVALE ANNULLA TRE CONDANNE Repubblica — 20 novembre 1991 pagina 14
ROMA Nuovo processo d' appello per il caso Giorgieri. La prima sezione della Corte di Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, ha infatti annullato la sentenza di condanna nei confronti di tre militanti delle "Br- Unità comuniste combattenti", accusati di tentato omicidio del generale di "Costarmaereo". Tentato, perché si riferiva ad un piano, poi fallito, di assassinare l' alto ufficiale tre mesi prima di cadere sotto il piombo dei terroristi. Il verdetto della suprema Corte ordina che Paolo Cassetta, Geraldina Colotti e Fabrizio Melorio, siano sottoposti a un nuovo processo, sempre in Corte d' assise d' appello. In secondo grado, Cassetta era stato condannato a 27 anni e 8 mesi di reclusione, Colotti e Melorio a 27 anni a testa. Nuovo processo anche nei confronti di Daniele Mennella, altro esponente del gruppo terrorista, ma esclusivamente per il reato di organizzazione di banda armata. Per tutti gli altri imputati, la prima sezione della Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d' Assise d' appello: 28 anni a Aldo Baldacci, 28 e due mesi a Claudia Gioia, 28 a Francesco Maietta, 26 a Maurizio Locusta, 22 anni e sei mesi a Paolo Persichetti. Per la prima volta, il verdetto della Suprema Corte, pronunciato dalla contestata sezione presieduta da Corrado Carnevale, ha riscosso commenti positivi da tutti i fronti. Sia la difesa, sia la parte civile hanno viste accolte le rispettive tesi. L' avvocato Guido Calvi, che tutela gli interessi della vedova del generale, non ha dubbi: "La sentenza conferma tutto l' impianto accusatorio. Ordinando un nuovo processo per Cassetta, Colotti e Melorio, si riconosce nei fatti il tentato omicidio. Si mette in discussione la continuità organizzativa e la responsabilità, anche morale, dei tre imputati dell' agguato mortale, quello avvenuto il 20 marzo del 1987. Nel giudizio di primo grado - ricorda ancora l' avvocato Calvi - la Corte non riconobbe l' esistenza di un tentato omicidio, cioè di un piano programmato per assassinare il generale. Come parte civile ci battemmo proprio per ribaltare questa tesi. Tesi che ci è stata riconosciuta in appello e ora confermata in Cassazione". Paolo Cassetta, Geraldina Colotti e Fabrizio Melorio nel dicembre del 1986 erano al vertice della fazione delle Br che si chiamava Unità comuniste combattenti. Avevano deciso di assassinare il generale Licio Giorgieri, dirigente di "Costarmaereo", un ufficio di progettazione dell' Aeronautica militare. Il piano fallì all' ultimo momento. Un mese dopo, nel gennaio del 1987, i tre vennero arrestati a Roma. Il 20 marzo dello stesso anno, Giorgieri è crivellato da cinque colpi esplosi da due killer a bordo di una moto. L' agguato è rivendicato dallo stesso gruppo che aveva ferito Antonio Da Empoli consulente economico della Presidenza del Consiglio. Finiscono in carcere Baldacci, Gioia, Locusta, Maietta, Persichetti. - d m |
|  | | laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 20:25 | |
| 'PRIMA SOLA, ADESSO UMILIATA LO STATO MI HA PRESO IN GIRO' Repubblica — 28 ottobre 1990 pagina 6
ROMA Non li perdonerò mai. Giorgia Giorgieri deve aver avuto un' educazione borghese che le impone di essere ragionevole anche nel dolore. Grida la sua rabbia senza alzare la voce. Si limita a piantarti in faccia i suoi occhi blu, da ragazzina, e a guardarti con implacabile gentilezza, che sembra lontana anni luce da qualunque delitto e da qualunque mistero. Ed ecco il suo laico verdetto: Lo Stato mi ha presa in giro. A mio marito è stata tolta la vita, che è il bene più grande di ogni creatura. Un bene non restituibile. Possibile che in uno Stato di diritto non ci sia punizione per questo? Evidentemente, non c' è. Prima ero sola, adesso sono anche umiliata. In tre anni, dalla morte di Licio, per me è il momento più brutto. Ma questo non conta. Mio marito non può parlare, e allora devo farlo io per lui. No, niente perdono. Neppure se me lo chiedessero, e d' altronde nessuno lo ha fatto. Ho saputo che quel terrorista, Francesco Maietta, è fuori non perché pentito o dissociato ma diligente negli studi. Vede, io faccio la preside. Quella motivazione mi fa ridere. Giorgia Pellegrini ha 58 anni, da tre è la vedova Giorgieri. La morte di suo marito resta, a suo parere, un mistero inquietante, una vicenda piena di ombre. Ieri sera, raggiungendola a casa di amici, Spadolini ha telefonato alla signora: E' inqualificabile la decisione del giudice di scarcerare il brigatista le ha detto come riferisce la Giorgieri offrendole la solidarietà della seconda carica dello Stato. La vedova ringrazia, ma non si accontenta. I mandanti dell' omicidio ancora non si sono trovati, e chissà se mai si troveranno, dice. Quei tre dell' Unione comunisti combattenti non sono dunque, secondo Giorgia Giorgieri, gli unici responsabili del delitto. Lo ha sempre affermato. Ieri, di fronte alla scarcerazione di Maietta, lo ripete nel salotto di casa, al quartiere Pisana, un decoroso appartamento di periferia invaso dalle piante e dai cimeli del marito, generale dell' Aeronautica. Dopo lo sfratto, pochi mesi dopo la morte di Licio, è dovuto intervenire Cossiga per garantire una casa alla moglie di un servitore dello Stato. La proroga valeva però fino al termine del processo, dunque Giorgia rischia di finire di nuovo per strada. I mandanti? Non si è scavato abbastanza. Dove cercarli? Non mi piace buttar lì delle ipotesi a caso. Giorgia Pellegrini porta un tailleur sobrio, ha una bellezza ingannevolmente infantile e fragile. Da tre anni insiste: La verità non è ancora venuta fuori. Gentilmente, ha continuato a fare la rompiscatole. Anche con il Sismi del generale Fulvio Martini. Quattro mesi prima della sua morte, il generale Giorgieri disse alla moglie di aver subito un attentato. Chiese la scorta e l' auto blindata. Ma Martini gliela rifiutò. Poi, assieme al generale Montinari del Sios Aeronautica, sostenne di non aver mai saputo nulla di quel primo agguato. Credo che questo non sia possibile. Sempre a voce bassa, sempre con buone maniere, la vedova aggiunge: Ho molti dubbi sui servizi segreti. Basta vedere quel che accade in questi giorni.... Signora Giorgieri, quando parla di mandanti, per caso allude ad ambienti estranei al terrorismo rosso? Mi consentirà la legittima suspicione, vero? Figuriamoci che vale persino per Moro... Licio era un ingegnere: si occupava dello scudo spaziale e della realizzazione del caccia europeo. Ma non credo che fosse depositario di segreti. Era indubbiamente un gran cervello. Collaborava coi russi e con gli americani. Perché allora quella voglia di chiudere il processo col minor clamore possibile? Le udienze erano deserte. E angosciose. Vedevo quella gente, gli imputati, come in una nebbia. Una pena indicibile dover stare a pochi metri da loro. Gridavano, sghignazzavano, si baciavano dentro la gabbia, chiaccheravano coi parenti. Il loro comportamento mi sembrava distaccato, persino indifferente. Alla fine, però, sono riuscita a tirar fuori il mio dolore. Non l' ha ancora detto neppure a sua figlia Luisa, che ieri era a Trieste dalla madre di Licio Giorgieri, novantunenne, appena operata. Ho scritto un libro su questi tre anni. Esce lunedì. Si intitola Il percorso del dolore. Me l' ha fatto stampare la contessa Maria Fede Caproni, da sempre vicina all' Aeronautica. Allunga il dattiloscritto dell' ultimo capitolo: L' urlo. Il dolore è diventato tutt' uno col mio essere. Dopo un silenzio tanto lungo ho sentito nascere, insopprimibile, in gola un urlo bestiale.... E' l' unica vendetta che s' è presa la vedova del generale. Sono una funzionaria dello Stato e lo Stato mi ha ripagato così. Da nessun partito mi è mai venuta solidarietà. Le colleghe, le amiche, da loro sì. Sorride, col suo volto di bambina bionda e graziosa. Come per scusarsi. Ma non è così. In questo salotto così perbene, con la foto dei coniugi in vacanza a Capri, quella morte ha spalancato la porta ai misteri. Da allora, non c' è posto per la rassegnazione. - di MARINA GARBESI |
|  | | laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 20:28 | |
| L' ex presidente testimone alle nozze del terrorista Repubblica — 06 ottobre 1998 pagina 7 sezione: POLITICA INTERNA
ROMA - Francesco Cossiga ha fatto da testimone, sabato scorso, al matrimonio dell' ex terrorista Francesco Maietta che sta scontando 28 anni di carcere per l' uccisione nella primavera del 1987 del generale Licio Giorgieri. E la polemica, ieri, cresce. Sarà pure in nome della pacificazione post-terrorismo, ma l' ex presidente della Repubblica a quel matrimonio non doveva andare. è lo sfogo della vedova del generale, Giorgina Pellegrini. Pronta replica di Cossiga: "Non devo rendere conto a nessuno del mio agire da cristiano in una cerimonia cristiana in una esemplare comunità cristiana quale è la comunità Humanitas". Insiste la vedova del generale: "Mi lascia perplessa questo accostamento di Cossiga con chi ha fatto delle vittime invece che con coloro che sono state vittime del terrorismo". Il matrimonio si è svolto a Ostia antica; un muro di riservatezza ha circondato la cerimonia a cominciare dal "no comment" di don Primo De Blasio della parrocchia Stella Maris che ha officiato il matrimonio insieme con don Sandro Striano, cappellano del carcere di Rebibbia. Maietta è ora in permesso matrimoniale |
|  | | laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 20:30 | |
| INSIEME A POLITICI E MILITARI UNA FOLLA DI GIOVANI E AMICI Repubblica — 22 marzo 1987 pagina 3
ROMA Una palazzina anonima, un lungo cubo di cemento incastonato in un gigantesco complesso residenziale che si staglia su via della Pisana, semideserta nella mattinata di sabato. Poche auto, poca gente, qualche ragazzo in tuta, il viso madido di sudore, reduce dal jogging. L' ennesimo assassinio terroristico, la morte del generale Licio Giorgieri non ha sconvolto, almeno in apparenza, il clima sonnacchioso dell' inizio del week-end. La tragedia della famiglia, lo strazio della signora Giorgia e della figlia Luisa si consuma in silenzio, al settimo piano di questo casermone dove abitano quasi esclusivamente ufficiali dell' Aeronautica, in un appartamento decoroso ma modesto. Dal portone esce un uomo sui quarantacinque anni, capelli radi, barba folta, corporatura massiccia, che indossa un dignitoso gessato blu e porta al guinzaglio un pastore tedesco: Sherry, il compagno di passeggiate serali del generale ucciso. E' Pietro Saraceno, docente universitario, genero di Licio Giorgieri. La signora Giorgia non può parlare, non ce la fa fisicamente dice ai cronisti è una donna molto forte, si comporta con grande dignità ma è meglio lasciarla tranquilla, cercate di capire Mio suocero continua il professor Saraceno a bassa voce, senza cedere alla commozione era un uomo pieno di vita, gioviale, allegro. Amava andare in barca a vela, fare sci di fondo, amava la sua città, Trieste, dove tornava ogni quindici giorni per il suo corso di scienza delle propulsione aero spaziale alla facoltà di ingegneria. Nel suo lavoro era soprattutto un tecnico, un perfetto sconosciuto per chi non è dentro a certe cose. Chi lo ha ucciso, evidentemente, aveva buoni informatori Il generale temeva un attentato? Certo, ne avevamo parlato spesso. Un po' ci scherzava su, un po' diceva sul serio. Ma dopo gli ultimi omicidi in Europa era consapevole di poter essere nel mirino. Non era un pavido ma neanche un temerario e sono certo che ha chiesto tutte le precauzioni necessarie. Che non erano quelle di piazzare duecento carabinieri qui sotto, ovviamente Pensa che suo suocero abbia avuto una protezione sufficiente? Guardi, non ho elementi per dire il contrario, non io almeno. Ma lui non si è mai lamentato. In questo tipo di guerra, chiamiamola così, il fattore sorpresa è sempre decisivo. Lui comunque, aveva una scorta, una scorta mobile, non fissa che non serve a nulla. E cercava di cambiare itinerario anche se per arrivare qui si possono fare al massimo due percorsi E l' auto blindata? Ne avevamo parlato di recente ma mio suocero non ci credeva molto. Diceva che con i proiettili che ci sono adesso i vetri corazzati non servono a nulla. Del resto, hanno rapito Moro e ucciso la sua scorta, hanno assassinato Dalla Chiesa...E adesso scusatemi, fatemi tornare su Qualche ora più tardi, alle I5 in punto, una folla silenziosa e commossa è assiepata sul marciapiedi di viale dell' Università, davanti al massiccio cancello di ferro capitonnè del Ministero dell' Aeronautica dove, al secondo piano, nella sala della Madonna di Loreto è stata allestita la camera ardente di Licio Giorgieri. La salma è chiusa in una bara di legno chiaro coperta dal tricolore, sormontata dal berreto e dalla sciabola. Mazzi di strelitzie e garofani ai lati, quattro ufficiali impalati nel saluto, le lame sguainate, fanno da picchetto d' onore. I parenti sono in un angolo, accasciati sulle sedie di velluto bordeaux: la moglie, Giorgia, i capelli biondi tagliati pari, una pelliccia scura sui pantaloni grigi mostra un coraggio straordinario, una forza d' animo che fa quasi paura. La figlia, Luisa, i capelli scuri raccolti in una coda di cavallo, il viso distrutto, al contrario, si abbandona a un pianto disperato, straziante, interminabile, tra le braccia della madre e del marito. La gente aspetta in strada. E' il momento delle autorità. Cossiga, pallido e teso, Spadolini visibilmente scosso, che abbraccia i familiari e parla a lungo, a bassa voce, la sfilata delle gerarchie militari: il capo di stato maggiore della difesa, generale Bisogniero, della marina, generale Piccione, dell' areonautica, generale Pisano, il segretario generale della difesa, generale Porta, il comandante generale dei carabinieri, generale Iucci. E ancora, Fanfani, Signorello, Scalfaro. Completi blu, divise cariche di gradi e di medaglie, volti cupi, frasi a mezza bocca, auto blu che arrivano in un fruscio, un brevissimo vertice in una stanza accanto per fare il punto, per scambiarsi le ultime notizie. Alle 16, le porte si aprono per tutti: ragazzi con lo stereo in mano, impiegati del ministero con gli occhi rossi, pensionati che varcano un po' intimiditi l' ingresso, che guardano con occhi sgranati i giovani avieri impalati nel saluto, fermi come statue a ogni piano. Ci ho lavorato insieme per vent' anni dice un ex coadiutore del ministero, Nicola Iannicielli una persona così cordiale, affabile, non aveva affatto il tono rigido, distaccato del militare. Quando ho saputo, ieri sera, m' è venuto un colpo al cuore, non ho chiuso occhio per tutta la notte. Una dattilografa, Elsa Gentile, il lacrime: Era un uomo con gli occhi da bambino. Un colonnello a riposo, Carmine Albanese: Una persona di rara cortesia, un temperamento allegro, v itale, trascinante A Trieste (dove la salma di Licio Giorgieri tornerà lunedì, dopo i funerali) la madre del generale ucciso, Carmen, 78 anni, ha appreso la notizia dal colonnello Elio Toscano, comandante del Gruppo dei carabinieri. L' anziana donna ha saputo che il figlio era stato assassinato solo ieri mattina e ha mostrato la stessa, incrollabile, dignità della moglie della vittima. - di MASSIMO LUGLI |
|  | | laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 20:32 | |
| DODICI CADAVERI AVVOLTI NEL MISTERO SULLA SCIA DEL DC 9 Repubblica — 07 gennaio 1996 pagina 17 sezione: CRONACA
BARI - Dodici morti sospette per un "buco nero", due basi maledette, Poggio Ballone e Otranto. Una forza armata sotto tiro, l' Aeronautica: dopo la morte del maresciallo leccese Franco Parisi, sul muro di gomma di Ustica rimbalzano dodici casi, altrettanti misteri nel mistero più fitto, quello del Dc-9 dell' Itavia che in volo da Bologna a Palermo alle 20.59 del 27 giugno 1980 scompare dagli schermi radar di Roma Ciampino. Le coordinate indicano l' isola di Ustica. Quella sera Franco Parisi, sottufficiale dell' Aeronautica è in servizio al centro radar di Otranto in provincia di Lecce. Sposato, due figli, a settembre ' 95 (da due anni in pensione) Parisi viene interrogato dal giudice romano Rosario Priore che vola a Otranto e ascolta venti persone. L' uomo è torchiato per tre ore. Si sente male. Probabilmente c' è lui nell' ambulanza che a tarda sera esce dalla base militare. Il magistrato che cerca con coraggio la verità su Ustica vuole sapere qualcosa di più sul "Mig" libico che secondo la versione ufficiale è precipitato il 18 luglio ' 80 in località Timpa delle Magare, sulla Sila. Pare che Parisi dica qualcosa di diverso dagli altri testimoni. Priore decide di riascoltarlo e lo convoca per il 10 gennaio. Ma il maresciallo non regge: la sera del 21 dicembre s' impicca dopo aver lasciato un bigliettino: "Non resisto più, perdonatemi, vi voglio bene", scrive. E la sua grafia viene riconosciuta dalla figlia, mentre all' avvocato della famiglia, Francesca Conte, dice che Parisi è stato rinchiuso in una stanza per molte ore e tartassato. Parisi non è il primo sottufficiale dell' Aeronautica caduto sul fronte, ma quello giudiziario, di Ustica. Nell' 87 muore misteriosamente in un incidente stradale in Calabria un altro maresciallo che sa molto sul "Mig" libico. E nell' 87 muore anche per uno strano infarto un capitano. Invece il maresciallo Alberto Dettori viene trovato impiccato: gli ultimi due hanno lavorato nel centro radar di Poggio Ballone in provincia di Grosseto. Ed entrambi sono in servizio la sera maledetta del Dc-9. L' 87 è un anno nero. In un incidente stradale muore il comandante dell' aeroporto militare di Grosseto che controlla il centro radar di Poggio Ballone, mentre nell' 88 "cadono" le frecce tricolori a Ramstein in Germania. E' un' esibizione come tante altre ma qualcosa nel perfetto sincronismo dei piloti acrobati s' inceppa. Muoiono tre piloti. Due si sarebbero alzati in volo la sera del disastro di Ustica a bordo di intercettori F-104 decollati dalla base di Grosseto. E legato alla tragedia di Ramstein è un altro misterioso episodio. Siamo nell' 84. In un incidente stradale dalle modalità oscure muore il sindaco di Grosseto. Si dice che abbia saputo che la sera di Ustica due caccia si levarono in volo dalla sua città per inseguire e abbattere un "Mig" libico. Ma torniamo all' 87. Il generale dell' Aeronautica Licio Giorgieri muore in un attentato rivendicato dalle Unità Comuniste Combattenti. Sono gli anni di piombo del terrorismo ma in quell' agguato non convince la tecnica usata. Giorgieri è un alto ufficiale dell' Aeronautica ma soprattutto nell' 80, l' anno del Dc-9, faceva parte dei vertici del Rai, il Registro aeronautico italiano. Segretario era Saverio Rana. E quest' ultimo muore d' infarto. E' anche lui un generale. E pare che nel giugno dell' 80 pochi giorni prima di morire abbia detto a Rino Formica, ministro dei Trasporti che per Ustica "l' ipotesi del missile era la più forte", come riferisce la Commissione Gualtieri. La lista nera non finisce. E arriva ancora la morte di un altro maresciallo ucciso con tre colpi di pistola al ventre il primo febbraio del ' 91. Caso strano anch' egli è coinvolto nella storia del "Mig" visto che ha lavorato nello scalo di Lametia Terme. Infine l' ultimo decesso: quello di un ex pilota della 46esima Aerobrigata di Pisa, precipitato con il suo piper antincendio il 2 febbraio ' 92. - di DOMENICO CASTELLANETA |
|  | | laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 20:34 | |
| 'MIO MARITO FU ABBANDONATO' Repubblica — 27 settembre 1989 pagina 16 sezione: CRONACA
ROMA Il Sismi doveva sapere. I servizi segreti non potevano ignorare che, solo tre mesi prima della sua morte, mio marito era stato oggetto di un fallito attentato. Ma ora i generali tacciono. Chi doveva proteggere la vita di Licio sostiene che non fu messo al corrente di nulla. Così, ogni volta che entro in quell' aula, soffro come quella sera, quando mi dissero che l' avevano ammazzato. Giorgia Pellegrino, vedova Giorgieri, più giovanile dei suoi 57 anni, filtra il dolore con una dignità priva di rassegnazione. Parla lentamente, non in modo rassegnato: Spenderò quel che resta della mia esistenza dice per scoprire chi ha voluto la morte di mio marito. Chi sono i mandanti. Combatte sempre più sola contro il groviglio di misteri che ancora circonda l' omicidio del generale dell' Aeronautica avvenuto il 20 marzo dell' 87 e rivendicato dall' Unione comunisti combattenti. Ieri, interrogato come testimone nel processo, il generale Luigi Ramponi (allora capo della segreteria del ministero della Difesa), ha detto che Giorgeri non aveva mai detto di sentirsi minacciato. Ma com' è possibile si chiede la vedova che Licio non avesse informato nessuno dei vertici dell' Aeronautica o dell' Esercito del fallito attentato del 9 dicembre dell' 86?. Le capita anche di dover subire piccole ma inconcepibili umiliazioni. Proprio l' amministrazione dell' Aeronautica l' ha invitata a lasciare la casa assegnata al marito, in via Pisana 370, a due passi dalla scuola media Renato Villoresi di cui Giorgia Giorgieri è preside. L' ultimatum scattava il 9 ottobre, ed evidentemente per la burocrazia militare non doveva contare troppo il particolare che Giorgieri è stato ammazzato in divisa, e che, proprio in quegli ultimi mesi della sua vita, era stato impegnato a realizzare un nuovo aereo militare. Solo grazie all' intervento di Cossiga, in luglio, è stata concessa una proroga. La vedova non verrà sfrattata fino alla fine del processo, ma poi se ne dovrà andare. Ieri ha vissuto la testimonianza del generale Ramponi (che oggi è il comandante della Finanza), come una nuova conferma della propria solitudine. Fu proprio Ramponi, il 12 dicembre ' 86, cioè tre giorni dopo il primo agguato all' ufficiale, a comunicare a Giorgieri con un lettera di esemplare stringatezza e freddezza burocratica che non correva nessun pericolo. E dunque che la sua richiesta di poter sostituire la vettura di servizio con un' auto civile veniva respinta. Ieri Ramponi ha dichiarato: Non riesco proprio a capire perché non ci parlò di quel fatto, tra l' altro ne aveva il dovere. Avremmo preso subito dei provvedimenti. A questo punto mi viene da dubitare che quella minaccia ci sia veramente stata. Nell' aula bunker di Rebibbia doveva deporre ieri anche l' ammiraglio Martini, direttore del Sismi, amico personale di Giorgieri. Ma non si è presentato e verrà sentito nei prossimi giorni. Martini dovrà rispondere agli stessi quesiti posti dalla vedova: E' vero o no che il Sismi sapeva del primo agguato? E perché non furono prese le precauzioni già sollecitate da Licio? Incalza l' avvocato di parte civile, Guido Calvi, che nei giorni scorsi ha presentato un' istanza in proposito: Siamo di fronte a una gravissima trascuratezza degli organi preposti alla sicurezza. Dal divano a fiori dell' appartamento della figlia, in via Cornelia a Montespaccato, la signora Giorgia racconta come si è ritrovata sola, cercando la verità sulla morte del marito. I casi sono due afferma o Licio era un pazzo, o con qualcuno, magari con un commissariato di periferia, del primo agguato ha parlato. Adesso, invece, tutti dicono di non sapere. La stessa sera del 9 dicembre, mio marito mi confidò la cosa, molto allarmato. Altrettanto fece con mia figlia, mio genero, sua madre che abita a Trieste, e alcuni amici. Fui proprio io continua Giorgia Giorgieri a raccontarlo il 20 marzo, il giorno della sua morte, ai generali Santucci e Pisano (Franco Pisano è capo di Stato Maggiore dell' Aeronautica, ndr) venuti per darmi la notizia. Per questo trovo quanto meno strane le dichiarazioni del generale Ramponi. Giorgieri, racconta la vedova, sapeva di avere una scorta occulta, cioè un' auto che senza avvertirlo lo seguiva a distanza. Un tentativo, evidentemente inutile, di disorientare i terroristi. Sì, Licio in un paio d' occasioni mi fece notare mentre eravamo sulla mia Panda che un' auto ci seguiva continua la signora Giorgia Ma dopo gli omicidi di Audran e Zinnermann, l' uno e l' altro come mio marito impegnati nel progetto per la costruzione del caccia europeo, non nascondeva più la sua paura. E chiedeva di essere protetto. Adesso, ed è un segno quasi patetico dell' isolamento della vedova e dei parenti, il genero Pietro Saraceno vorrebbe scavare su quelle morti parallele. Finché avrò vita cercherò i mandanti dice la vedova Anche se non è facile circoscriverne la provenienza. Mio marito era uno scienziato che faceva gli interessi, cospicui, di grandi industrie internazionali. Era noto in Usa come in Urss. Lo ammetto: è un po' poco per tracciare l' identikit di chi armò i suoi assassini. - di MARINA GARBESI |
|  | | laura56
Registrato il : 05/05/07 Messaggi : 409
| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 20:36 | |
| 'MA I MANDANTI SONO FUORI' Repubblica — 19 febbraio 1991 pagina 23 sezione: CRONACA
ROMA E' una sentenza più equa di quella di primo grado, che mi restituisce un po' di fiducia nella giustizia. Anche se attorno alla morte di mio marito restano troppi punti oscuri, per esempio sui mandanti dell' omicidio. Giorgia Giorgieri, la vedova del generale ucciso il 20 marzo dell' 87 dalle Unità comuniste combattenti, non era in aula, sabato notte, alla lettura della sentenza d' appello che ha inasprito le pene già inflitte ai responsabili del delitto. Il suo legale di parte civile, Guido Calvi, le ha consigliato di restare a casa. Mi creda sussurra la signora era già stato molto penoso partecipare alle udienze circondata dagli assassini di Licio, quasi tutti a piede libero, magari seduti proprio nei banchi dietro di me.... Rientrano dunque in cella, per l' immediata revoca dei benefici che tanto scalpore suscitarono nei mesi scorsi, quei terroristi che, approfittando di una libertà inaspettata, parteciparono a un discusso dibattito della Pantera sull' amnistia ai detenuti politici. Francesco Maietta è stato condannato a 28 anni (27 anni e un mese in primo grado), Geraldina Colotti a 27 anni (12 anni e dieci mesi), Paolo Cassetta a 27 anni e otto mesi (15 anni e dieci mesi), Fabrizio Melorio a 27 anni (12 anni e sei mesi). Restano in carcere Maurizio Locusta, che dovrà scontare 26 anni (invece di 24 e dieci mesi) e Claudia Gioia, 28 anni e due mesi (invece di 27 e dieci mesi). Secondo un rapporto dei carabinieri, i bierre agli arresti domiciliari stavano preparando la fuga alla vigilia della sentenza. Da qui l' ordinanza del procuratore generale che ha fatto scattare le manette in aula, mentre rimbombavano le urla dei parenti. I giudici hanno accolto la tesi del pubblico ministero che attribuiva ai terroristi anche l' agguato fallito tre mesi prima dell' omicidio del generale. Un episodio, questo, denunciato da Giorgieri prima di morire, per il quale chiese una scorta che non gli venne concessa. Pur riconoscendo solo il concorso psicologico all' assassinio (mancano le prove per dire chi effettivamente sparò a Giorgieri), è questo il verdetto più severo per una banda armata dopo l' omicidio Moro. Una sentenza giusta commenta l' avvocato Calvi. Una sentenza che non riporta in vita mio marito osserva la vedova ma che almeno cancella l' insulto della scarcerazione dei brigatisti. Lo scorso ottobre, con una decisione che scatenò un diluvio di critiche, il presidente della terza Corte d' assiste Serafino Turchetti concesse al bierre Maietta di tornare a casa. La motivazione fece scandalo. Tre anni di studio proficuo dietro le sbarre, secondo il magistrato, bastavano per aprirgli la cella. Turchetti fu travolto dalle polemiche. Il pm Pietro Catalani fece ricorso, ma il giudice si difese sottolineando la giovane età del terrorista (29 anni) e il fatto che prima della condanna era incensurato. Il Consiglio superiore della magistratura aprì comunque un' indagine su di lui, tuttora in corso. Il ricorso, presentato in ritardo, non fu accolto dalla Cassazione: Maietta restò fuori. Ma ora, per i giudici d' appello, quei brigatisti sono socialmente pericolosi e dovranno espiare in carcere. Ieri Turchetti, smentito dalla sentenza, s' è trincerato dietro un no comment. La verità s' è limitato a dire viene sempre fuori come dimostra la sentenza d' appello. Proprio pochi giorni dopo il delitto, i terroristi dissociati Giorgio Semeria e Lauro Azzolini pronunciarono sui propri compagni un primo, liquidatorio giudizio: Non hanno nessuna prospettiva, sono destinati a una sconfitta morale, politica e umana. Ma sulla morte del generale scelto come vittima negli archivi della biblioteca nazionale di Roma, scartandone altri quattro, perché abitudinario non tutto è stato chiarito. Spadolini collegò l' omicidio al progetto di un caccia europeo a cui Giorgieri stava lavorando, da tecnico assai più che da militare. Un progetto concorrente a quello dello scudo stellare di reaganiana memoria, e che ufficialmente avrebbe ispirato l' attentato. Il difensore di Claudia Gioia, Franco Luberti, ha annunciato i ricorsi in Cassazione e al Tribunale della Libertà. Sostiene che gli imputati avrebbero dovuto essere scarcerati il 14 dicembre ' 90 per decorrenza dei termini, proprio come i boss mafiosi da ieri in libertà grazie al provvedimento del giudice Carnevale. Non mi spiego come, in questo caso, sia stata ritenuta valida una norma del vecchio codice che consente una parentesi di 18 mesi, invece di 12, tra i processi di primo e secondo grado. In Italia, inoltre avverte Luberti si giudica troppo sull' onda delle emozioni. Condanne così dure erano nell' aria. Sono poi d' accordo con la vedova quando afferma che i mandanti di questo delitto restano tuttora ignoti. - di MARINA GARBESI |
|  | | laura56
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| Oggetto: Re: da archivio storico di repubblica Sab Apr 26 2008, 20:45 | |
| Parigi, Le Point Il Sismi ha fatto il bis di Ustica Repubblica — 09 dicembre 2005 pagina 16 sezione: POLITICA ESTERA
PARIGI - «Il Sismi, il controspionaggio italiano, è all' origine dell' intossicazione costruita con i falsi documenti del Nigergate, ma oggi tenta di coinvolgere la Dgse, l' intelligence francese. E una vecchia abitudine italiana, come dimostra la vicenda di Ustica, quando il Sismi, dieci anni dopo i fatti, tentò di far credere che erano stati i francesi ad abbattere il Dc-9 Itavia». La stampa francese rompe il silenzio sulla vicenda svelata dall' inchiesta di Repubblica con un servizio di due pagine del prestigioso settimanale Le Poin», dal titolo «Embrouilles franco - italiennes», imbrogli franco-italiani. «Due diverse fonti vicine alla Dgse pefettamente al corrente di quanto avvenuto con il dossier Martino - scrive Le Point - spiegano che, per ben due volte, nel 2001 e nel 2002, su richiesta degli Usa, Parigi inviò missioni in Niger per controllare le informazioni che risulteranno poi contenute nel falso dossier costruito a Roma. In entrambi i casi, le conclusioni, comunicate a Washington, furono che si trattava di pure fantasie». Le Point bolla con sarcasmo la versione dei fatti che accusa la Francia, sin qui offerta dal direttore del Sismi Nicolò Pollari, definendola una «légende lumineux», «geniale leggenda». Nel farlo, sottolinea che le «due fonti» interpellate dal settimanale confermano la ricostruzione dell' affare che a Repubblica è stata proposta dall' ex numero due della Dgse Alain Chouet. |
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